Recensioni

7

La band guidata da Franz Di Cioccio non molla. Anzi, tra dischi di studio, live, cofanetti celebrativi, tour e progetti collaterali – il lascito di De Andrè pare oramai cosa loro – l’attività degli ultimi anni è diventata frenetica, e la discografia è cresciuta in modo esponenziale. Il discorso sulla candela che si consuma con doppia intensità ha valore anche per la parabola discendente della vita di ognuno di noi, per ragioni opposte a chi cerca di bruciare col massimo ardore nella prima parte dell’esistenza. Tante cose da realizzare e così poco tempo rimasto.

La PFM decide perciò di fare le cose in versione XL: doppio CD, cantato in inglese il primo, a seguire quello in lingua italiana, come a ribadire che oramai il principale interesse è per il mercato globale. Giusto così. Del resto la PFM al massimo della forma (nei 70s) è stata a un passo dallo sfondare negli USA, e comunque resta la formazione tricolore di prog rock a maggiore tasso di notorietà intorno al mondo. Motivo per cui negli ultimi anni ha ricevuto i riconoscimenti di testate inglesi come Classic Rock, Rolling Stone, Prog.

La band milanese ha capito quello che non è stato in grado di compiere, per esempio, un gruppo come i Genesis. A differenza dei leggendari inglesi, Di Ciocco e il bassista Patrick Djivas, i membri di più lunga militanza, hanno pensato bene di pompare sangue fresco nelle vene della loro creatura, investendolo però della possibilità di comporre ed esprimersi liberamente. Mossa azzeccata che ha fatto sì che il suono della PFM assumesse un allure capace non solo di infondere maggiore freschezza, ma anche di competere con musicisti di generazioni più recenti e rapaci, in grado – sonicamente – di sgomitare e riscrivere in qualche modo le regole del prog rock delle origini.

A scanso di equivoci va detto che I Dreamed Of Electric Sheep / Ho sognato pecore elettriche è in primis un campionario di quel prog cui si è appena accennato. Corroborato da quella scossa, il cosiddetto kick, che il mondo che viviamo – bersaglio dei testi di Di Cioccio che vertono sulla disumanizzazione e sull’eccesso di elettronica invasiva che soffoca le nostre vite – oramai mette in mostra, anzi pretende, in ogni sua emanazione, arte compresa. È così dunque, che World Beyond, lo starter, diventa una sorta di trailer dell’intero lavoro: all’attacco simil-sinfonico-orchestrale si cuce l’incursione di un reparto d’assalto dotato di tastiere e chitarre elettriche in formato metal-prog. E sulla falsariga si dipana il resto del lavoro: da una parte brani standard – infarciti del già sentito, macinato, metabolizzato, sia dai musicisti che dagli ascoltatori avvezzi – come Adrenaline Oasis/Umani alieni, Let Go/Ombre amiche, If I Had Wings/AtmoSpace, Daily Heroes/Mr. Non Lo So, e Kindred Souls/Il respiro del tempo; dall’altra City Light/La grande corsa, Electric Sheep/Pecore elettriche, e i due strumentali Transhumance/Transumanza e Transhumance Jam/Transumanza Jam che – sugli scudi l’ex Premoli e Lucio “Violino” Fabbri – chiudono in effervescenza e in odore jazz-rock, quasi a riprendere il filo con la materia di Jet Lag (1977).

Oltre al tastierista Flavio Premoli, uno dei membri fondatori più ‘pesanti’ rincasato per un cameo, non mancano quelli che si definiscono gli ospiti di eccezione – sebbene le ospitate nel mondo del prog siano diventate più consuete dello scambismo tipico del jazz e dunque la normalità. Questa volta sono Steve Hackett e Ian Anderson a impreziosire da par loro – soprattutto il chitarrista – Kindred Souls/Il respiro del tempo, per musica e parole di quello che risulta essere il brano focale dell’intero lavoro.

Tirare in ballo la visionarietà di P.K. Dick e Blade Runner che ha cambiato il modo di fare cinema di SF, porta obbligatoriamente a valutare la grafica del disco. Venirsene fuori con un copertina di questo livello, il discutibile prodotto della sovrapposizione dei volti di Franz Di Cioccio e Patrick Djivas in primo piano, è incomprensibile. Si poteva fare di gran lunga di meglio, e non mancherà chi dirà che si tratta di sfumature. Ma anche no: per qualcuno conta la sostanza (la musica: un mp3 o Flac e una immagine-francobollo di contorno possono bastare); altri che hanno vissuto l’epoca delle vacche grasse, di copertine che sono rimaste nell’immaginario popolare (come ad esempio quelle di Storia di un minuto e Per un amico), si lamenteranno di tempi che sotto questo aspetto – disco & cover sono tutt’uno e si completano l’un l’altra – sono stati decisamente migliori.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette