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In doma ovvero indomabile, ma anche la parola domani rivoltata come un pesce che ha la coda in testa e se ne frega. Sulla copertina del suo disco d’esordio pop – mentre l’esordio assoluto, una raccolta di brani di Morton Feldman, è di due anni fa e sta nelle lande della colta contemporanea – Debora Petrina ha invece in testa dei bigodini, segno femminile e casalingo, ma anche aggeggio tecnico che trattiene, piega e provoca il caos organizzato dei capelli mossi. Tutte immagine certamente non involontarie, soprattutto per una una cantante anche ballerina e performer, e pure simboliche di un songwriting in bilico tra scrittura pop e ricombinazione sperimentale, che non si pone troppe questioni di genere e anzi se ne lamenta come nella conclusiva Sounds-like. Cioè il pesce di cui sopra («Non è integrato nelle correnti / non stringe accordi neanche con il blues»), poco inquadrabile se non come una jazz-ballad da un Tom Waits schizzato noise e in combutta con Pascal Comelade.
Forse l’avrete già intuito: ci sono quintali di referenze dentro In doma. Folk casalinghi in punta di organetto sussurrati sul piano cottura della cucina (Babel Bee). Baluginii di organi sintetici ed atmosfera inopinatamente sensuale (Fuori stagione) su prestito di una Patrizia Laquidara, presente come coautrice del testo, che porta l’insegnamento di Arto Lindsay in casa di Franco Battiato. Vari cabaret-pop vergati a suon di piano, synth vari, fisarmoniche: una volta sguscianti e filastroccosi (A ce soir), un’altra oltraggianti il rock come una PJ Harvey persa in un sogno colorato e insidioso (She-Shoe), un’altra ancora atti a sperimentare sul linguaggio e sulla lingua cercando impurità con la voce, vedi il testo tratto dagli sms trovati su una free-press di SMS (Csókolozás Iány), con il suo ritornello in ungherese – mentre altrove si usano inglese, francese e spagnolo, oltre ovviamente all’italiano.
Tuttavia la questione è un’altra. E non sta tanto nel senso della musica di Debora Petrina – che c’è ed è proprio in lei: fulcro vitale e folleggiante di una femminilità che si fa inarrestabile forza generatrice – ma nel lascito comunicativo di canzoni che appena hanno un minimo punto debole si bloccano, così fantasiose ma così poco emozionali. In queste dieci accade a volte, a causa di testi poco incisivi o di qualche gradevole rotondità pop tranciata di netto. Invece quando Petrina lascia libera una forza dall’intenzione soul – un soul cristallineo e primigenio – che partorisce jazz ballad subcoscienziali ed espressioniste simil Diamanda Galás o semplici piano-voce d’intensità smeraldina (le meravigliose Pool Story e Ghost Track), è allora che accade una specie di miracolo. Come se dal cielo cadessero gocce di purissima grazia, dalle forme e dai colori insperati.
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