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Non tutti sanno del passato più passato di Pete Shelley e cosa ha fatto il Nostro prima dei Buzzcocks. Però in molti conoscono Sky Yen, lavoro con cui Pete esordì l’infilata di dischi solisti. E quindi conoscono quel lunghissimo trip di oscillazioni diviso in due tracce solo per esigenze di stampa su vinile. Conoscono quella pasta di synth che rincorre figure a ogni secondo più inquietanti, fino alla completa dissoluzione della stabilità emotiva.

È il monologo interiore oscillatorio che Pete compose nel ’74, a ridosso della costruzione dei Buzzcocks, e che poi tenne in un cassetto fino alla fine del decennio, quando lo licenziò in mille copie per la Groovy recs di cui era titolare. L’album doveva servire da colonna sonora per una produzione video del sodale Devoto.

Oggi Drag City riscopre e ripubblica in vinile la testimonianza di quel periodo davvero pionieristico, almeno per gli inglesi, dove il mastodonte elettronico era affrontato nelle camerette degli ascoltatori di kraut. Non è poi una sorpresa sapere che Sky Yen non è del tutto invecchiato, specie se affiancato ai neo-cavalieri dell’oscillazione oltranzista, analogica fino all’osso, che oggigiorno affiorano e ottengono anche risultati esaltanti (vedi alla voce Keith Fullerton Whitman).

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