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7.3

C’era molta attesa per questo esordio lungo (se così si può chiamare un lavoro di otto tracce per un totale di 23 minuti scarsi) dei Perfect Pussy, gruppo dal nome assolutamente provocatorio di Syracuse catapultato sotto i riflettori di blog e webzine già dall’annuncio della firma con Captured Tracks. La domanda che tutti gli addetti ai lavori si posero qualche mese fa verteva, infatti, su cosa avesse trovato l’etichetta – storicamente più affine a band con suoni di ben altro tipo (Wild Nothing, Beach Fossils e DIIV) – di così eccezionale da scritturarli. Al momento della pubblicazione del disco esisteva solo il demo I Have Lost All Desire For Feeling che raccontava del – definiamolo così – tiro mancino della (ex) migliore amica della cantante che, in barba ad ogni remora morale, regalò una fellatio a quello che fino al giorno prima era ancora il suo fidanzato.

Dopo un ascolto sommario del disco è abbastanza ardito tracciare un quadro entusiasta del prodotto, e per molte ragioni: la qualità del suono, che – si suppone per precisa scelta – rimane quasi del tutto simile all’impianto lo-fi della prima uscita su cassetta; Meredith Graves sembra una versione più aggressiva di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs senza la componente melodica del suo repertorio; il suono non aggiunge nulla di quella miscela punk-hardcore che band come gli Hüsker Dü prima e poco più tardi i Fugazi già facevano, differendo al limite per un maggior affinamento in velocità e tecnica (si ascoltino i numerosi cambi di tempo in Bells). Fermarsi a un’analisi di questa risma, però, potrebbe essere un errore.

La vera forza del disco risiede nei testi della Graves: taglienti, carichi d’acredine e frutto di una vita – la sua – fatta di pochi alti e tantissime cadute, passando attraverso eventi che hanno forgiato una tempra dura, in cui è difficile far breccia (e il titolo è in questo senso un grido disperato). E se nella traccia di anteprima, Interference Fits, si scopre come la causa di tutto ciò sia una storia finita male che le ha fatto sviluppare una sorta di pessimismo affettivo cosmico (in the same way a bulldozer studies an orchid yes, i am a student of the teachings of love), negli altri brani l’autrice compie uno dei meno indulgenti percorsi di autocritica e di punizione mai messi in note finora, sia sul piano mentale (I have a history of surrender / part of a certain set of choices / found among the many paths / forged by lies i told myself, racconta in Driver), che su quello fisico (I’m young again, / consumed in bed by silks and pills / I’m twenty one again / not yet concerned with men, le parole tratte da Work). Questo quadro contribuisce a fare della leader un’eroina femminista atipica ma attuale, lontana da qualunque tipo di canone o stereotipo da prima pagina dei giornali (il riferimento è chiaramente rivolto alle Pussy Riot) ma certamente più legato alla quotidianità; una sorta di Kurt Cobain dei nostri tempi, con le dovute differenze.

Say Yes To Love rappresenta così un manifesto preciso della maggior parte delle situazioni che una donna – ma non solo – vive in questa società dalle relazioni liquide che sono prerogativa della generazione under trenta. Per tutto ciò, con la traccia (cantata) finale Advance Upon The Real, è proposta la più nichilista, atarassica e immediata delle soluzioni: farsi da parte, rinunciare ad amare, sapendo dal principio come andrà a finire. Eppure – data la totale disaffezione per il genere maschile, visto come totalmente anaffettivo – perché non provare a vedere fin quanto può durare? In mezzo alle sue parole (e rimenzionando il titolo) si scorge comunque la volontà di cambiare idea, anche se è ben nascosta. 

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