Recensioni

Ancora più che una questione di sound per i Pere Ubu sarebbe bene parlare di attitudine. Benché dai tempi di Modern Dance il loro nome sia stato inserito nel generoso elenco del post punk americano, la loro musica metteva in scena una versione apocalittica del garage rock, della psichedelia zappiana e del blues destrutturato di Captain Beefheart. David Thomas si prendeva gioco dei riti del rock e la band eleborava attacchi sonori che accidentalmente potevano suonare come canzoni.
Ebbene, quarantacinque anni dopo la situazione è esattamente la stessa. Attualmente la band è impegnata in un farewell tour che ha toccato e toccherà ancora l’Italia. Così abbiamo potuto assistere al modo in cui Thomas tiene ancora saldamente le redini della sua creatura, scherzando sul fatto che il collettivo non provi neanche più i pezzi del suo repertorio e su come sia quasi impossibile riconoscere riconoscere brani come 30 Seconds Over Tokyo. Anche così (o forse proprio per questo) la musica dei Pere Ubu rappresenta ancora un’esperienza artistica pugnace, viva ed appagante.
Trouble on Big Beat Street, diciannovesimo album della band, è esattamente espressione di questa attitudine. Nei suoi dieci frammenti (addirittura diciassette su CD!) si mescolano indissolubilmente languide spirali jazz, dissertazioni art punk che virano verso l’astratto, sonorità protoelettroniche, fiati impazziti e groove monchi di danze che suonano, se non moderne, perlomeno fuori dal tempo. La cosa straordiaria è il modo in cui tutto questo risualta più “musicale” e godibile rispetto al recente passato.
Merito di una band affiatata (di cui fanno parte i due Two Pale Boys Keith Moliné e Andy Diagram e il batterista dei mancuniani Ludus, Graham Dowdall) di solidi canovacci come quelli di Crocodile Smile (che fra synth affilati e batteria arrembante suona come una sorta di moderna psichedelia hawkwidiana) e di una vena surreale (verrebbe da dire “patafisica”) che si esterna in divertiti stream of consciousness come quelli di Nyah Nyah Nyah (la più residentsiana del lotto) e della lunga Worried Man Blues: omaggio ai grandi del genere evocati in un tour de force jazz rock dal taglio noir.
Verrebbe da parlare di una band in stato di grazia, non fosse che quello che ci troviamo davanti potrebbe essere il suo canto del cigno. Anche in questo caso, viene difficile pensare ad altri artisti che abbiano saputo ingaggiare in modo così puro e intransigente generazioni di ascoltatori come stanno facendo Thomas e i suoi.
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