Recensioni

È il rock venato di blues dell’America più profonda che fa da protagonista in Ogni santo giorno, il nuovo lavoro – dopo “l’italianizzazione” del nome – di Pecore Elettriche, in evidente omaggio a Philip K. Dick.
Le coordinate sono chiare già dall’apertura, con quell’ Ultima notte a Londra che, tra declamazioni alla Capovilla e dinamiche in puro stile Queens of The Stone Age, sancisce da subito sound e poetica della band: voce roca, testi dissacranti che si concentrano su cliché alla portata di tutti, tra il Natale obbligato in famiglia, il peso delle aspettative parentali, Facebook, la precarietà sul lavoro e la voglia di fuga. Tanti piccoli slogan che incorniciano la vita dei giovani, di ieri e di oggi, toccandone le debolezze pur senza riuscire davvero a varcare i confini della generalizzazione.
Il disco procede in bilico tra rock americano classico, blues polveroso alla Stones e qua e là echi dei Malene Kuntz che furono (Strana la gioia). Discorso a sé merita Giovani vecchi, figlia del Nick Cave più claustrofobico e oscuro del periodo di Prayers On Fire – The Birthday Party – ma anche Non salutano più e Tramontana che, complici gli arrangiamenti vicini allo psychobilly dei Cramps, rappresentano forse gli episodi più interessanti del disco.
Ogni santo giorno è un album che non lascia dubbi sulla preparazione tecnica dei Nostri, tra virate blues, stoner e accenni di puro rock’n’roll, ma che non sempre raggiunge il giusto compromesso tra un cantato a tratti ripetitivo e la controparte strumentale, accattivante e ricchissima di spunti.
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