Recensioni

7.2

Quello dell’indie rock classicamente inteso (ovvero tutto quell’universo che sta da qualche parte fra l’elettricità debordante delle produzioni SST e il guitar pop espressionista dei Pixies) è ormai un territorio poco praticato. Palesatosi da tempo il soccombere delle chitarre nei confronti dei ritmi e delle sonorità sintetiche di ogni foggia e danzabilità, sono in pochi a rivendicarne la discendenza. Ancor meno quelli che lo fanno con numeri validi nel proprio carnet.

Ecco perché non è così strano trovare fresco e in qualche misura rinfrancante il nuovo lavoro dei PAWS, che se fino ad ora avevano dato prova di sapersi barcamenare bene fra distorsioni e melodie, oggi dimostrano di volersela giocare direttamente nel campionato maggiore. Innanzitutto la scelta del produttore: Mark Hoppus dei Blink 182, di cui tutto si può dire tranne che non sappia valorizzare una melodia quando ne sente una.

Se quella dei Blink è sempre stata un’ovvia influenza della band di Glasgow, oggi la cosa risulta ancora più evidente senza che questo debba necessariamente suscitare alzate di sopracciglia a raffica. Il punto è che, stipando dieci brani in meno di mezz’ora, attestandosi sempre su ritmiche arrembanti e sfoggiando un suono più compatto rispetto al passato, il nuovo album dei PAWS paga pegno al pop punk dei 90s evitandone però con scaltrezza i principali punti deboli, vale a dire i suoni esili e le melodie risapute. Il merito è da dividersi equamente fra una produzione cristallina, che stratifica le distorsioni dando ad ognuna un diverso spessore, e una voce in primo piano, quella di Phillip Taylor, sempre più abile nel mescolare irruenza blue collar e liricità. Per certi versi il suo timbro e la grana melodica di brani come Impermenent e Gone So Long ricordano il doo wop elettrico dei concittadini Glasvegas. O meglio dei Glasvegas a 78 giri impegnati a confrontarsi sulle partiture dei Thermals.

Ma sparse fra le spire vorticose di pezzi come Gone So Long e Ashmatic, è facile rinvenire tracce di trent’anni di indie rock. Dalle staffilate shoegaze, alle divagazioni noise pop, fino alle propulsioni metronomiche dei Japandroids, non manca praticamente nulla. Il tutto confezionato in un album esteticamente allettante che aspira ad una longevità maggiore della media delle produzioni odierne.

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