Recensioni

Quella tratta dal romanzo di Yoram Kaniuk (1968), non è semplicemente una storia sull’Olocausto, bensì «la storia di un uomo che prima era un cane che incontra un cane che prima era un ragazzo» come più volte ha suggerito Paul Schrader. Un percorso di redenzione personale, un racconto sul lascito delle generazioni passate e i sensi di colpa di un sopravvissuto nei confronti dei martiri della follia umana e delle generazioni a venire.
L’inferno è prima di tutto personale e ripropone su larga scala il paradigma di A Porte Chiuse (1944) che proiettano su Adam Stein (Jeff Goldblum) lo spettro del Garcin sartriano, disertore per codardia. «L’inferno sono gli altri», che siano demoni in divisa da SS o non morti emaciati che riaffiorano in sogno per ricordare costantemente il peso di questa concessione, che siano altri prigionieri del Negev o una seconda gioventù rabbiosa.
La psiche per Schrader è costruita su strati di sedimentazioni confusi e non sempre intelligibili, e passa necessariamente per il prisma dell’ego sessuale. Da questa instabilità latente il rapporto tra eros e thanatos trova vigore fino a trasformarsi in un indissolubile connubio bestiale in cui anche i gesti quotidiani vengono denaturalizzati e rivestiti di una ferinità violenta. Una trasformazione totale che ha fatto di Adam Stein, da clown ed artista di varietà apprezzato, un cane in tutto e per tutto, da domatore a bestia domata. Così l’appagamento fisico per Adam passa necessariamente per la forma canina a cui si presta la l’infermiera Gina Grey (Ayelet Zurer), risarcimento postumo per lo stato annichilente cui fu piegato in maniera coatta da un comandante nazista (Willem Dafoe). Il momento del massimo godimento perde ogni valenza positiva divenendo meccanico e performativo, riaffiorando nel subconscio con le prestazioni di intrattenimento a cui era stato condannato nel lager.
La redenzione, insomma, passa per la sopraffazione di sé e degli altri, riproponendo la logica che spinse alcuni ebrei ad arruolarsi tra le file degli aguzzini divenendo kapò. Non a caso è proprio la rinuncia al desiderio di potenza a permettere ad Adam di riconciliarsi con il suo passato attraverso la riabilitazione del fanciullo cresciuto pensando di essere un cane e la riconquista di una dignità umana e del diritto alla vita per un’intera generazione. Non necessariamente per Adam, che come capofila di questo esercito di diseredati, ha dell’Abramo biblico. A lui viene indicata la terra promessa dopo l’esilio nel Negev, ma come tutti i patriarchi biblici potrà soltanto percorrere la strada verso la salvezza senza goderne in prima persona.
Le concessioni di una sopravvivenza agognata sono un avamposto psichiatrico nel bel mezzo del deserto ed infermieri ben disposti ad usare la forza, dall’altro una resistenza esistenziale nella Germania del muro che sembra essere un residuo impolverato di quella di Weimar, una monade tumorale. Non a caso l’ultimo stadio di prigionia da cui Adam non riesce ad evadere è quello che lo incatena ai suoi ricordi, flashback di demoralizzazione fisica e psicologica che affiorano dall’inconscio e si materializzano come piccoli tumori maligni o come nazisti dai rovi nel deserto, quelli che nell’Antico Testamento erano la voce di Dio.
Un clown, voce super partes per eccellenza, viene catapultato negli orrori della politica. E’ la trasformazione del primo Charlie Chaplin, quello che ancora poteva giocare innocentemente con il mappamondo ne Il Grande Dittatore (1940) nel clown di Böll (1963). Con le sue paure, le sue opinioni, le sue riflessioni sull’importanza dell’identità in un mondo borghese.
Seppur in ritardo sulla produzione culturale, il cinema si è interessato al tema dell’Olocausto offrendo una lucida analisi sotto differenti punti di vista. Anzi potremmo dire che vista la successiva capacità produttiva di pellicole a tema, lo scotto sia stato completamente pagato, trovando in questo riflettere anche un modo di esorcizzare lo spettro del collaborazionismo che una certa intelligentia prestò al regime. I rapporti tra gli orrori del nazismo e il mondo dello spettacolo, in tutte le forme, da quelle del mero servilismo, a quello della ribellione armata o intellettuale, sono sicuramente l’aspetto che più dimostra di avere ancora da dire all’interno della produzione cinematografica. Il risultato è una videoteca carica di impegno politico, satira e riflessioni al vetriolo imperniata sulle relazioni tra artisti, imbonitori e regime.
Forse l’immagine più celebre è quella consegnata agli spettatori dal Chaplin de Il Grande Dittatore (1940), la danza con il mappamondo del malcapitato barbiere che per un’infelice somiglianza si ritrova nei panni di Hitler. Il film più dichiaratamente politico di Chaplin che tuttavia dichiarò successivamente che se fosse stato a conoscenza degli orrori dei campi di sterminio non avrebbe mai trattato con leggerezza certi argomenti. Nel 1942 è il turno di Ernst Lubitsch con Vogliamo vivere, opera magistrale in cui il messaggio politico è affidato alla feroce satira di una compagnia teatrale polacca impegnata nell’Amleto, ovviamente riletto con chiari riferimenti antinazisti. Esattamente trent’anni dopo Cabaret (1972) di Bob Fosse con Liza Minnelli, musical premiato con otto premi Oscar tra cui miglior regia, miglior attrice protagonista, fotografia, montaggio e musica. Gli anni della nascita del nazismo sono visti attraverso la vicenda di una spregiudicata cabarettista: un bagno musicale alla Kurt Weill con svastiche, Lilì Marlene e fantasmi di brechtiana memoria. Il dramma dell’Olocausto e del suo rapporto con il mondo dello spettacolo fu analizzato anche da Francois Truffaut con il suo L’ultimo metrò (1980), una delle pellicole più mature del maestro francese. I temi trattati sono numerosi: l’occupazione tedesca, i rapporti tra vita e palcoscenico in un’epoca in cui ogni accezione pirandelliana per la relazione era stata sostituita dall’imperativo alla sopravvivenza. La storia dell’impresaria Marion Steiner (Catherine Deneuve) contesa tra l’attività teatrale, la compiacenza degli usurpatori e l’amore per il marito nascosto nello scantinato ripropone i meccanismi di difesa contro l’oppressione e l’oscurantismo portati in scena anche con Fahrenheit 451 (1966).
Come l’Adam di Paul Schrader costretto a suonare nel lager mentre gli altri prigionieri corrono verso il forno crematorio, così nel film tv di Daniel Mann Playing For Time (1981), tratto da una storia vera, un gruppo di donne sopravvivono alla camera a gas suonando in una piccola orchestra. Infine, Il Pianista (Roman Polanski, 2002), film Palma d’Oro a Cannes: le svastiche si chiudono a tenaglia sulla Polonia del giovane pianista Wladyslaw (Adrien Brody) precipitandolo nella spirale di deportazioni, ghetti, morti e ordinari traditori.
Anche il cinema, come Adam, ha dovuto fare i conti con il suo passato, insomma.
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