Recensioni

Se un’opera d’arte deve ambire a rendere universale un messaggio personale, intimo e particolare, allora Pondfire la si può considerare tale a pieno titolo. Opera dell’americano ma torinese d’adozione Paul Beauchamp, Pondfire prende le mosse dall’infanzia del suo autore, passata nelle campagne americane (“on my grandfather’s farm in the Muddy Creek basin of North Carolina”) in compagnia dell’uomo più importante della sua vita, il nonno, e completamente immerso nella natura, stagno e falò compresi.
Ecco così che Pondfire diviene testamento e memoria, omaggio a un tempo e a un luogo (oltre che a una persona) oramai lontani ma persistenti e presenti nella strutturazione fisica e intellettuale di un artista intento a rielaborare quelle sensazioni sotto forma di musica delicata e umorale, fatta di droning e sottofondi ambientali, melodie notturne e pulviscoli noise, loop circolari e nebulose sonore create dalla commistione tra corde, archetti, fonti sonore varie e attrezzature elettroniche. Quella dimensione panica, intimista, celata nei meandri della memoria più intima di Beauchamp diviene così una sorta di messaggio aperto, comprensibile e decrittabile da molti capaci di apprezzare – nonostante le molte asperità sonore disseminate qua e là con gusto, eleganza e precisione – sia la sensibilità delicata dell’autore, mai eccessivo o sopra le righe, sia la portata di un lavoro che negli ambienti “ambient/drone” avrà i suoi meritati estimatori.
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