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Celante, il titolo di questo lavoro di Patrizia Oliva – già nota per i suoi trascorsi in Allun, Camusi e molte altre formazioni e collaborazioni tra improvvisazione, free-jazz, arti performative – si riferisce a un piccolo paesino del pordenonese dove la cantante e improvvisatrice si è ritirata per la composizione di questo disco. Ma per vicinanza ci piace leggerlo come participio di “celare” o, per assonanza, come participio di “celiare”, anche se Patrizia non si nasconde più – a memoria questo dovrebbe essere il primo, compiuto disco a suo nome, ma il condizionale è d’obbligo – così come non scherza affatto, anzi.

Per la prima volta, infatti, Patrizia Oliva ha steso dei testi per poi cantarli, abbandonando l’uso di fonemi e versi e parole inventate che aveva sempre contraddistinto il suo “cantare”, al punto da costruire un album sulla stessa, col solo supporto dei synth di Tommaso Marletta in una buona metà delle canzoni, utilizzandola come architrave su cui cantare i propri testi. Ne esce un disco ipnotico e fantasmatico, tanto onirico quanto misterioso e affascinante, che cresce grazie agli intarsi ora ritmici ora “dronici” della/delle voce/voci che la Oliva ha stratificato trasportando l’ascoltatore in una terra di nessuno, un limbo tra coscienza e incoscienza, veglia e sonnolenza, da cui è difficile sottrarsi. Prendete Blue Beduin e ditemi se non vi sembra di trovarvi in una casa matta, tra specchi deformi e pareti che rimbalzano suoni in ogni direzione quasi fino a perdere l’orientamento e i sensi; ma la guida in questi labirinti vocal-ritmici è sempre la voce, netta, pulita, nitida, anche inattesa dell’autrice, che si staglia come un faro nella notte o come una stella del mattino. Oppure i quasi cinque minuti di Mezza Stanza, immersione afasica in una natura presente sotto forma di field recordings, con cui la Oliva interagisce come fosse un tutt’uno. O ancora l’iniziale Larila, la traccia che ha dato inizio al tutto quando Patrizia Oliva ha sonorizzato un corto dell’americana Lori Felker e ha “scoperto” questa nuova modalità compositiva, un ipnotico e cangiante prisma di voci e suoni e colori che è quanto di più vicino alla dimensione onirico-amniotica si possa trovare su un pentagramma.

Insomma, non serve quasi nemmeno la struggente, delicata, sospesa cover di pasoliniana e modugnana memoria di Cosa Sono Le Nuvole, tutta minimal beat e tappeti sonori che si rincorrono docilmente, per rendersi conto che l’esperimento sulla voce “normale” è più che riuscito e che Celante è uno dei migliori album ascoltati in questo anno bisesto e funesto.

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