Recensioni

Miete i campi con una falce, perché il grano è probabilmente maturo, Patrick Wolf, nella copertina del suo primo album di materiale inedito da quattordici anni a questa parte, curata da Furmaan Ahmed, senza contare la doppia raccolta di rivisitazioni in chiave acustica Sundark and Riverlight del 2012, che sembrava quasi un epilogo o quantomeno la fine di un lungo ciclo di alti e bassi tra panorama indie e mainstream, stravaganza e sensibilità.
Il titolo Crying The Neck si rifà infatti a una festa tradizionale del raccolto, in passato comune nelle contee di Devon e Cornovaglia, nel Regno Unito, andata in disuso dopo l’invenzione di macchine come la mietitrebbia. Il songwriter britannico, classe 1983, è sempre stato bravo, invece, a miscelare influenze folk-classiche e sonorità pop-elettroniche, meno a gestire una carriera funestata da avversità di ogni tipo: problemi legali e finanziari, incidenti d’auto, tossicodipendenza, malattie in famiglia. Una valanga di sfighe che ha condotto a uno stop interrotto dalla pubblicazione di alcune poesie, qualche concerto e l’EP The Night Safari del 2023.
Il rientro a pieno regime è adesso in grande stile se Crying The Neck è stato annunciato come il primo di quattro lavori in lungo che seguiranno il ciclo della Ruota dell’Anno, l’avvicendarsi delle stagioni. Tutta una serie di riferimenti neopagani dettati dal folklore dell’East Kent, della cittadina marittima Ramsgate, dove Wolf risiede e opera nel suo studio di registrazione, immerso nella natura. Qui, per iniziare, siamo nel calore di agosto, a stemperare l’inevitabile decadenza. Hymn of the Haar, per esempio, è ispirata proprio al Kent e all’antico poema anglosassone The Wanderer.
Il grande stile si avverte anche nelle canzoni, tredici in totale, che puntano sull’ispirazione da troppo tempo repressa riallacciandosi agli esordi e assecondata in assoluta libertà con la fondazione dell’etichetta discografica Apport, sull’enfasi di una voce da sempre drammatica e fluida, sul pianoforte e sugli archi (già avvertibili nell’apertura di Reculver), sul coinvolgimento di collaboratori (Brendan Cox a basso e coproduzione, Seb Rochford dei Polar Bear alla batteria) e ospiti ad hoc (Zola Jesus nell’ariosa liricità del road trip purgatoriale Limbo, Serafina Steer nella ballad dedicata alla perdita della madre Lughnasa). La tendenza all’ampollosità a volte porta più vicino ai Coldplay che non ai These New Puritans, per restare negli UK.
La cura della parole volge fuori e dentro, quando alla patria, come in una The Last of England post-Brexit quasi sulla scia dell’ultima PJ Harvey, che prende titolo dall’omonimo film di Derek Jarman con Tilda Swinton, quando alla sfera strettamente personale, come in un’intimista e rooty On Your Side sull’elaborazione del lutto.
«But on the darkest night / I see most clear», canta Wolf in una delle tracce più interessanti, Jupiter, tra più marcate scansioni ritmiche rock-jazz, echi ambientali, melodie struggenti, quasi a farsi strada appunto nell’oscurità, a scansare le erbacce per arrivare a vederci chiaro. Il vivace singolo di lancio Dies Irae, ispirato al requiem, immagina l’ultima conversazione con la succitata figura materna ed è, di fatto, una celebrazione della vita, sciupacchiata soltanto da una coralità da arena, alla quale partecipa la sorella Jo Apps: «The night is yet to fall / Not yet your funeral / And while we’re alive, alive, alive, alive / What can I do to help / You hold back tomorrow?». Wolf intanto ha trovato cosa fare nel resto della sua permanenza terrena. Rinascere e tornare quindi a ciò per cui è nato, tornare alla musica.
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