Recensioni

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Sundur og saman”. Separate e insieme. Così recita il proverbio islandese da cui prendono spunto le gemelle Jófríður e Ásthildur Ákadóttir per il titolo del loro terzo lavoro in studio. Un percorso artistico che le aveva portate a dividersi per seguire nuovi progetti (l’esperienza coi Samaris di Jófríður, il trasferimento ad Amsterdam per dedicarsi a studi classici e di pianoforte nel caso di Ásthildur) e che ce le restituisce più mature e finalmente sicure della direzione da prendere.

E così Sundur risulta un disco coeso, spoglio eppure densissimo, sia a livello qualitativo che emotivo, tutto giocato sull’equilibrio e sulla misura di canzoni composte da pochi, dosatissimi elementi: armonie vocali ora dolci ora dissonanti, pianoforti, arpeggi di chitarra, piccoli accenni di elettronica, harmonium, loop e pattern ritmici appena accennati, e una coltre di riverbero ad ammantare l’intero album. Tutto concorre a creare piccole litanie pop, acquarelli dal sapore nordico, delicati e onirici, a metà tra folk e dream pop ovattato, come la colonna sonora di un viaggio nell’inverno più freddo.

Menzione particolare per l’iniziale, cinematografica overture pianistica di Josa Lotta, e per la meravigliosa Babies, retta da organi e harmonium e vera vetta artistica dell’intero disco.

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