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Dopo sangue, sesso, cyborg e violenza, Park Chan-wook ci regala un valzer dei sensi, un noir in cui la vera indagine non è sulla scena del crimine, ma si muove su un piano ben più intimo ed esistenziale: Decision to leave. Film vincitore del premio alle regia a Cannes, la pellicola racconta la storia del detective Jang Hae-jun (un incredibile Park Hae-il) che indaga sulla morte di un uomo, apparentemente suicidatosi dopo una scalata. Il detective si imbatte nella vedova, Seo-Rae (Tang Wei), una misteriosa donna di origini cinesi che diventa la principale sospettata del caso.

“Confucio ha detto: il saggio ama l’acqua, i benevoli le montagne. Io non sono benevole. A me piace il mare”. In questa frase pronunciata da Seo-Rae nel primo incontro a tu per tu con il Hae-Jun, c’è tutto il senso del film. C’è già il finale, c’è l’enigma, c’è la scrittura tagliente come un foglio di carta e l’eleganza della narrazione. C’è il mare, che domina il film non solo come elemento centrale della trama ma anche nelle sue scenografie. C’è, soprattutto, uno dei temi principali del film: l’intreccio e la differenze di lingue e culture diverse presenti in Asia, visto che la protagonista, cinese, in certi momenti (tra cui questo) ha bisogno di un traduttore elettronico per dialogare con il suo interlocutore. E proprio l’essere così dentro questo scontro Cina/Corea del Sud dà l’impressione che, a un occhio occidentale, qualcosa della poetica di Chan-wook sia sicuramente sfuggito. Lo ha confessato anche il regista stesso: il film è ricco di sfumature che solo i coreani possono capire.

Ciò che non sfugge, invece, è l’immaginario a cui Park Chan-wook attinge, in particolare il cinema di Alfred Hitchcock e il suo classico intramontabile, La donna che visse due volte. C’è la depressione del detective, ci sono le altezze, le architetture, c’è una donna spiata, la vertigine, c’è l’ossessione. Seo-Rae è molto più dark lady della Madelaine/Judy, nell’aspetto e nel modo di parlare. Del resto, è un prototipo già caro a Chan-wook, basta ricordare un film come Lady Vendetta. Ma entrambe le donne sono accomunate dall’intenzione di rischiare il tutto e per tutto, spingersi fino al limite solo per scoprire dove porterà questo amore che è tanto potente quanto silenzioso.

In questo film il regista lascia da parte rappresentazioni fin troppo grafiche di sesso e violenza preferendo un approccio molto più lirico e leggero. Ci sono tre graffi a malapena e c’è un solo bacio appassionato in tutto il film (in cima a una montagna, proprio come nel capolavoro hitchcockiano Judy e Scottie si baciano in cima al campanile), ma ciò che non c’è più della Trilogia della Vendetta, lascia spazio invece alla forza dei dialoghi, potenti e poetici. Tra loro c’è una distanza di ruoli e di lingua che riesce ad essere comunque molto erotica, molto più di quanto fosse Mademoiselle.

Con una regia raffinata e mai banale, Park Chan-wook ci regala una sceneggiatura tagliata con l’accetta, che non lascia spazio per respirare ma segue il movimento delle maree, con cambi di ritmo inaspettati, flashback, jump cut, poi momenti di respiro che ci danno uno sguardo più intimo nell’animo dei protagonisti. Merito, ovviamente, anche delle performance incredibili dei due protagonisti. In questo senso, Decision to leave è un classico. Un melodramma che sembra venire da un’epoca lontana e invece è più attuale che mai, con gli sfondi sociopolitici, la tecnologia, in particolare gli smartphone come nuovi strumenti del noir. Insomma, come li avrebbe usati Hitchcock se fosse stato vivo oggi.

Infine, Park Chan-wook ci regala uno dei finali più belli più potenti ed emozionanti dell’anno. Mentre in sala c’è un film che nel finale da crisi epilettica bombarda lo spettatore di colori, luci, scene (Babylon), Park Chan-wook lavora di sottrazione (che poi è quello che fa anche nella trama, meno ricca dei colpi di scena che caratterizzano i suoi film). C’è il tramonto, c’è la morte, c’è il silenzio, solo la voce del detective Jang Hae-jun.

Anche stavolta la vertigine delle architetture, del su e giù, ma ancora una volta più silenziosa, più nascosta. Insabbiata, è il caso di dire (e chi conosce il finale, capirà).

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