Recensioni

Tornano i nostri eroi underground d’Albione e lo fanno in primis dando una bella smossa all’asset comunicativo. Dagli esordi di One Last Riot all’uscita di 12″ pollici di culto come Eating Glue e Paris Dub 1, passando per la pubblicazione del fortunato omonimo album di debutto, il duo, dalle strategie di divulgazione quantomeno carbonare ed oscure, si trova ora – per noia e per necessità dei tempi – a fare sponsorizzate su Instagram e persino a concedere interviste. Insomma, più di qualcosa è cambiato dai tempi in cui DJ e amici si accaparravano i loro vinili senza sapere chi fossero, ma l’entità Paranoid London – non fosse per qualche leggera variazione sul tema – rimane identica a sé stessa e fedele al proprio ethos (come restituire il compenso di due delle tre date fissate a Ibiza dopo essersi ritrovati a mettere i dischi in un club della Isla, circondati da proprietari di yacht in camicia di lino, espadrillas e sbocciate di champagne).
I codici del duo non lasciano eventuali spazi a qui pro quo, e chi non capisce è solo perché non vuole capire: la loro è musica tagliata (mica tanto di fino) solo e soltanto per il dancefloor, con bassline che definire micidiali è poco: lavoro sui groove à-la Maestro Myagi (togli il piattino, metti il piattino, metti il rullante, leva il rullante), suoni lasciati a marcire nella ruggine, le stesse identiche macchine – ovviamente un profluvio di Roland – di sempre a supporto di una filosofia rigorosamente less-is-more che riconosci al primo clap. Mettici anche i vocal a metà tra la parodia melodrammatica, il seccato e il messianico dell’ospite di turno (c’è il sodale Mutado Pintado ma anche Josh Caffe, e pure le urla del compianto Alan Vega (!) per un remix commissionato da Arthur Baker, Simon Topping e Bubbles Bubblesynski, transgender assassinato nel 2017 a San Francisco prima che si concretizzasse la collaborazione con i Paranoid – che hanno dunque ripiegato su un taglia e cuci di frammenti audio presi da Facebook) e il gioco è fatto. A dispetto del nome, anche l’immaginario resta invariato, la formazione non guarda all’Inghilterra dei rave con i suoi sorrisi chimici ma alla Chicago che fu e alla sua sfaccettata comunità underground, nera e gay. Acid house a nastro.
Quello che ritroviamo oggi in PL non aggiunge quasi nulla all’identità del progetto, ed è un bene che sia così. I due non sembrano trovarsi a proprio agio fuori dal recinto, e aggiungere quei pad troppo pop in cerca della giusta deep house ((Vi-Vi) Vicious-Game) non fa ancora al caso loro. Al contrario, quando si tratta di dare voce al basso, che sia un arpeggio o un giro più ipnotizzante, i Paranoid London sono ancora tra i migliori sulla piazza (Blue-Ish, Angel Of Hell, Cult of Hero) e non si accettano discussioni. Certo, un paio di esercizi di riscaldamento alla sbarra potevano essere evitati (Drum Machine, The Music), ma sono semplici quisquilie all’interno di un disco che funziona e funzionerà, soprattutto nell’unico contesto per il quale è nato: il club. Bisogna solo vedere quanto reggerà la macchina in questo senso unico, ma ancora non è tempo di andare a rilassarsi sui divanetti bianchi del privé.
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