Recensioni
Paranoid London
Arseholes, Liars, and Electronic Pioneers
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Daniele Rigoli
- 25 Febbraio 2024

L’avevamo già scritto già un paio d’anni fa: la svolta dei Paranoid London con l’EP Annihilate The World & Start All Over poteva suonare come una novità solo per i meno attenti alle sorti del duo britannico, che nell’arsenale che va a comporre quello sfaccettato immaginario ha sempre tenuto ben presente punk-rock e dark wave come filtro di una fortunata formula che, dai tempi dei primi 12″ stampati nell’oscurità come One Last Riot e dell’omonimo debutto, ha trasformato Gerardo Delgado and Quinn Whalley nei due eroi acid house d’Albione.
Non fatevi ingannare dal tag in questione e il logo col Big Ben, lo ripetiamo ancora, la loro è un’equazione che guarda più alle radici di Chicago che all’Inghilterra dei rave e conseguenti sorrisi chimici, e ormai possiamo dire senza timore che Eating Glue è un classico di genere (più o meno) tanto quanto No Way Back. Eppure, a margine del secondo – valido – album PL (2019), ci chiedevamo chissà per quanto potesse proseguire questa perfetta macchina da groove che gira su un paio di idee in croce, seppur efficacissime. Da allora, per l’appunto, i due hanno cominciato ad aprire con più convinzione la palette di fascinazioni al di fuori del dancefloor, giungendo al sopracitato EP e deliziando i palati con una serie di polverosissimi edits per gli aficionados e anche permettendosi qualche side project di buon gusto.
Nessuna ambiguità, dunque, su eventuali step in avanti del progetto. Ed è proprio la coppia a mettere ancor di più le cose in chiaro: il taglio del nuovo album Arseholes, Liars, and Electronic Pioneers paga pegno alla prog house dei ’90 di Sabres Of Paradise e Guerilla Records, mentre Aldo Marin, Andrea Parker e WIRE fungono da nomi tutelari, suono leggermente virato Hi-Fi rispetto ai dischi passati, ma l’urgenza e l’atteggiamento squisitamente punk resta intatto, così come il respiro di una musica sempre e comunque politica e impegnata. Ad accompagnarli in questa sfilata (a proposito, sapete che i Nostri sono anche modelli?) una lunga pletora di ospiti: ci sono da tradizione i sodali Josh Caffe e Mutado Pintado, ma tra i vari featurer spiccano soprattutto Bobby Gillespie e Joe Love dei Fat Dog.
Il mitico cantante dei Primal Scream srotola una prosa beat super ’90 sul bello di stare insieme People (Ah Yeah), il secondo presta una messianica voce per la stramba Love One Self, in pratica un Armando in fregola EBM. Per il resto c’è il jack ruvidissimo a condurre le danze (Steal & Adapt (or)) di un’acid house da manuale, sia grattatissima (Help, Fuse, GRNDR) che su intelaiatura Detroit (Start To Fade), ma sono i due numeri con Jennifer Touch tra funk traxxey e un post-punk mancuniano di turbe e ossessioni weaterhalliane (Fields Of Fire, Touch The State Of That) a suggerire il proseguo sulla lunga distanza del cammino di uno dei progetti più peculiari del suo mondo, mantenendo quell’atteggiamento carbonaro e – quasi – senza compromessi, pronto a trascendere da un momento all’altro le proprie fondamenta per non perdere slancio e identità.
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