Recensioni

Altissima Luce. Laudario di Cortona, album firmato da Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, è l’ennesima dimostrazione di quanto il jazz sia un linguaggio versatile, universale e indefinibile. C’è un che di quasi iconoclasta nel pretendere di integrare una musica tanto legata alle “umane percezioni” come il jazz con la sfera del sacro – per quanto “volgare”, e con l’aggettivo intendiamo la lingua medievale di casa nostra – del Laudario di Cortona, quest’ultimo primo esempio nato tra Umbria e Toscana di poesia e canto devozionale in lingua “popolare” – al suo interno, «brani monodici di devozione mariana, riferimenti al francescanesimo, testi di funzione morale, riferimenti al calendario liturgico». Eppure i due musicisti, grazie anche all’aiuto di Marco Bardoscia e Michele Rabbia, dell’Orchestra da Camera di Perugia e del Gruppo Vocale Armoniosoincanto, riescono a tirar fuori un disco di una tale bellezza – e brillantezza nei timbri e nella registrazione (mix e mastering di Stefano Amerio) – che si rimane quasi spaesati.
Il Laudario di Cortona possedeva già in sé parole e musica, ma a Fresu e Di Bonaventura è stato chiesto da Alberto Batisti, Direttore artistico della Sagra Musicale Umbra, di immaginare una «impaginazione» diversa per quegli antichi canti (solo alcuni, visto che parliamo di una tracklist di 13 brani), «facendoli diventare degli standard» con elementi jazzistici al loro interno. Il risultato del loro lavoro, in versione solo strumentale, viene prima presentato a Umbria Jazz e poi subisce un’“integrazione vocale” grazie all’inserimento delle parti del già citato Gruppo Vocale Armoniosoincanto, per essere in seguito suonato nella sua interezza in vari concerti in giro per l’Italia. Il passo verso la registrazione in studio, dunque, era quasi obbligato, visto anche il successo ottenuto dalle nuove composizioni, e a fare uscire il CD in un elegantissimo digipack rettangolare con booklet di 30 pagine al seguito è ovviamente la Tǔk dello stesso Fresu.
Chi vi scrive non ha i mezzi per farsi carico di un giudizio comparativo che coinvolga il Laudario di Cortona originale (troppo scarse le nostre incursioni nella musica sacra medievale), ma quel che si ascolta nel disco ha certamente il dono non scontato di mantenere quel «senso comunitario dell’espressione» (la definizione è di Franco Radicchia, ed è bellissima…) che la stessa musica sacra ricerca. Cori e ottoni ampi e altolocati – viene in mente il binomio Miles Davis/Bob Belden – convivono alla perfezione, in uno scenario musicale che avanza generalmente usando passi lenti e ragionati adatti alla navata di una chiesa (Altissima luce col grande splendore), pur non disdegnando anche una certa modernità in alcuni passaggi (ad esempio, in una Laude novella sïa cantata che mescola Medioevo e un groove quasi funky). L’orecchio più profano riconoscerà nella cameristica e poetica Sïa Laudato San Francesco elementi di una Fratello Sole Sorella Luna di zeffirelliana memoria, e non rimarrà indifferente davanti a una Ave, donna santissima molto evocativa, con quegli scorci di tromba e bandoneon, o a una Jesu Cristo Glorioso sospesa tra oriente e occidente, passato e presente.
Altissima Luce. Laudario di Cortona non è un disco facile; o meglio, lo è nelle fascinazioni, ma non nell’attitudine e nella durata (oltre settanta minuti). Eppure, se gli darete una possibilità, potreste scoprire una declinazione del jazz inedita, e certamente ricca di fascino ed eleganza. Per non tacere di un lavoro a monte sulle partiture che deve essere stato complesso e puntiglioso, restituito qui in una forma lineare ed omogenea che è uno dei valori aggiunti di un’operazione culturalmente “alta” nelle aspirazioni ma meravigliosamente “profana” nell’emotività che riesce a liberare.
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