Recensioni

È un personaggio sfuggente, Castaldi, anche rapportato ai colleghi, nazionali e non, protagonisti come e più di lui del rinnovamento del linguaggio musicale nella seconda metà del Novecento. La sua magra testimonianza su vinile e CD consiste in una manciata di titoli che non ne espone efficacemente il discorso sonoro. Meglio fa, per assurdo, un saggio scritto originariamente per la rivista Spettatore musicale a titolo In nome del padre che, attraverso l’analisi delle fittizie polarità Schönberg–Stravinskij, illustra alcune interessanti convinzioni del Nostro palesandone il peso di grande teorico, più che di compositore.
Questa uscita per Cramps azzarda una sintesi del lavoro Finale per solo piano, il quale nei suoi quattro movimenti vorrebbe abolire gli sviluppi più evidenti e presumibili a un tema operabili in ambito tonale. Le note interne sono in perfetto stile Cramps, con tira e molla cerebrali tipici dell’intellettuale che azzarda una capovolta per dimostrarti di non aver rinunciato a fisicità e ironia. Il risultato, al solito, è di ingarbugliare la faccenda a mo’ di poesia (“Silenzio – ne estraiamo un pezzo a casaccio – in nome, silenzio, come quando, silenzio, come il grande, silenzio”).
Avvertiamo un senso di sfida a muso duro, roba in voga al tempo. O meglio, un astuto sparo al cielo, sicuri di puntare in alto senza ferire nessuno. Siamo però nel pieno dei seventies e lo strumento pianoforte ha subìto attacchi che, smembrandolo pezzo a pezzo per ridisegnarne il significato, pongono Finale in un contesto di vecchio ascolto buono più per gli storici dell’Italia “Seria” che per i fruitori di una musica oltre-auricolare.
Si pensi infatti ai crudeli disegni geometrici tracciati da Stockhausen nei Klavierstücke (metà degli Anni ’50) o al Cage nella serie indeterminata Etudes Australes (metà dei ’70) che, accantonata la possibilità del pianoforte “preparato”, ci restituisce un mondo dove ogni contraddizione musicale è accettata come un dono del cielo.
Qui si respira un profumo di Stivale irrisolto, cui il tocco pesante di Giancarlo Cardini non dona urgenza né respiro.
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