Recensioni

Che i Pankow avessero l’urgenza di comunicare, lo si era già capito dall’ottimo Ep Der Doctor Schnabel von Rom del 2020. Un disco che non solo mostrava un gruppo in buonissima salute, ma anche la volontà di diffondere un messaggio politico non procrastinabile che passava tanto per la frontalità di Australia Is Burning che per le potenti sospensioni melodiche di Ecocalypse: schierarsi contro l’oscurantismo relativista e le folli politiche neoliberiste che iper-sfruttano l’ambiente e provocano devastanti ripercussioni sociali.
Il nuovo album dello storico progetto fiorentino rende il discorso volutamente ancora più diretto sin dal titolo, Never Trust a White Man, direttamente ispirato dalla poesia Advice To A Son di Hernest Hemngway. Non mancano di certo la provocazione e i testi taglienti a cui la band ci ha abituato in passato, anzi, ma l’ottima produzione di Maurizio Fasolo e gli ispirati testi di Alex Spalck stavolta vengono declinati in favore di una visione impegnata che nei precedenti lavori covava sotto pelle.
Una consciousness che esplode nelle nevrosi ritmiche a inneggiare alla rivoluzione di Universal Kuntz – con i nomi di Marat, Danton, Saint Just e Robespierre sputati fuori con impeto decisamente punk – e viene ribadita esplicitamente nel potente industrial sincopato di Ataraxia («do not judge me / after all these years / i chose to walk / a different path / or the path chose me…»). In quest’ottica, l’aggressivo synth pop di Almost Cut My Dick suona come un perfetto anthem anti-patriarcale, le trascinanti melodie di Minima Immoralia sono una gioiosa presa di posizione dell’essere umano di fronte al disastro («I contain multitudes / I contain contradictions / I’m an agent of change / I’m an agent of chaos»), e la ripresa di Ecocalypse cade a pennello con la sua potentissima melodia à la Sound di Heads and Hearts.
Un lavoro di grande impatto, che se da un lato prosegue con colpi ritmici ben assestati – dall’attacco assassino dell’industrial pop totalmente ipnotico di Taking Over The Asylum ai reflussi cadenzati di Nowhere, passando per l’electro sparata di Blockupy, e fino al flusso inesorabile di Damaged – sul finale si concede a momenti più meditativi, come la maestosità spettrale di Don’t Fall In Love With Death rivista in un’afona chiave ritmata e i due suggestivi studi di composizioni classiche: una versione per organo e spoken word di Dona Nobis Pacem e una Der Leiermann di Shubert che diventa feroce così recitata su onde death-industrial à la Brighter Death Now. Un gran ritorno.
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