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7.3

Stiamo parlando di retromania da così tanti anni che abbiamo finito per renderla un concetto familiare, quasi rassicurante. In fondo, cosa c’è di strano o sbagliato o allarmante nel mettere a sistema la nostalgia? Nulla, se si trattasse solo di questo. Nulla, se non significasse dover ricalcolare tutto il percorso, disporre sugli scaffali opportuni il senso e i motivi del sentire e dell’ascoltare. Discorso complesso, va da sé, che rimandiamo ad altre occasioni.

Insomma, tocca avere a che fare con (e scrivere di) musica retromaniaca da un sacco di anni, almeno venti, e ci siamo talmente assuefatti da non farci più neanche caso. L’importante è posizionarsi bene sulla mappa, circoscrivere gli ambiti della reminiscenza, regolare la sensibilità sulle coordinate stilistiche e temporali. Superata la soglia del riconoscimento e certificata l’appartenenza al club di chi ne sa abbastanza, l’ascolto può procedere libero, accogliente, gratificante. La retromania in fondo si nutre di riti basali, tende a un conformismo strisciante, progressivo, pervasivo. Ecco, proprio alla luce di ciò mi piacerebbe che Reset, il nuovo disco di Panda Bear in collaborazione con Sonic Boom, significasse una cosa tipo: occhio che forse è il caso di fermare il processo, di riavviare il sistema. Più che un titolo, insomma, un auspicio.

Lennox e Kember sono amici e sodali da tempo, tanto che un loro lavoro in duo è forse una delle notizie più scontate che potessimo aspettarci. Dal punto di vista stilistico e formale, per la briosità e l’intensità delle composizioni, il risultato è abbastanza prevedibile, eppure finisce per significare più di quanto fosse lecito ipotizzare. Non si fatica a credere a quanto recitano le note stampa, cioè che l’ispirazione per queste nove tracce vada individuata nella collezione di vecchi dischi 50s e 60s di Kember, con particolare riferimento a quelli di genere doo-wop e rock’n’roll, ovvero le fonti da cui sono stati ricavati i sample utilizzati come “germoglio” per le nuove canzoni. Sintonizzare le antenne della retromania in questo caso è semplicissimo: Everly Brothers (il grazioso fraseggio della loro Love Of My Life diventa colonna portante di Danger), Troggs (la cui Give It To Me presta il riff alla fumigante Go On), e poi The Drifters (Livin’ In The After prende le mosse dalla loro Save The Last Dance For Me), Eddie Cochran (Three Steps To Heaven è l’humus di Gettin’ To The Point), e via discorrendo. Ma il punto vero è un altro: chi è il soggetto, l’agente, di questo ricordare? Di questo riarticolare

Come recita la cartella stampa, per Lennox e Kember lavorare a questo disco ha significato «la medicina della comunione in mezzo all’isolamento, oltre a un luogo in cui incanalare il blues del presente e sublimarlo in qualcos’altro per uso futuro». Vale a dire, «40 minuti di strana luce fluorescente» ricavata da un momento particolarmente buio (la pandemia, il lockdown), ma volendo anche «un promemoria che a volte suonare e cantare insieme vecchie canzoni amate (…) può essere sufficiente per far sembrare il mondo un po’ migliore». Non metto in dubbio le intenzioni autentiche che hanno mosso i due amici, nelle quali potremmo vedere un tentativo di gettare luce su una retromania inevitabilmente algoritmica ma altrettanto inevitabilmente dal volto umano, sul suo risvolto caldo, sulla possibilità che i freddi articoli dello sterminato catalogo tornino a essere il fuoco che alimenta palpitazioni e modalità espressive. Pur con tutte le trasfigurazioni del caso.

In questo senso, Reset si inserisce agilmente nel solco di quanto fatto dal Lennox solista a nome Panda Bear, nel suo repertorio di canzoni così simili a miraggi anni ’60 usciti da una capsula del tempo ripescata da un torrente di pixel e piombo fuso. Si conferma in pieno cioè quel senso di siparietti melodici fragranti, sclerotizzati, dilatati, posseduti da spettri burloni, finiti tra i circuiti di androidi stralunati e irretiti da strane effervescenze neuronali. Ma l’incontro con Kember – il suo approccio filologico/ingegneristico/visionario ben rodato tra Spacemen 3, Spectrum, EAR e i lavori in solitario – ha determinato uno scarto sensibile nel “prodotto finito”, dovuto – credo – a una specifica impostazione progettuale. Per quanto mi riguarda, si tratta di un aspetto che cambia drasticamente segno e senso al disco. 

Al di là delle soluzioni di arrangiamento, dei timbri e delle voci chiamate a stratificarsi o amalgamarsi, è palpabile nelle canzoni uno schematismo matematico, quasi meccanico, i retaggi di una fusione a freddo. Gli elementi che le compongono sono disposti secondo una funzione calcolatissima: voci, campioni, suoni analogici e digitali si succedono, si sovrappongono, si fronteggiano, entrano in connessione, certo, ma non in congiunzione. Hai la sensazione di poter scomporre ogni canzone e magari poterla ricomporre attivando e disattivando i canali, come farebbe un ragazzino col suo Launchpad. Ma, attenzione: non che questo le faccia suonare meno vive, meno sensate ed efficaci. Anzi, sembrano avere senso proprio per questo.

L’elemento elettronico è ovviamente palpabile, tra ghirigori robotici, emulsioni sintetiche, pennellate digitali che decorano o incorniciano. Tuttavia, non si tratta di arrangiare con la sensibilità e i dettami estetici degli anni Venti del ventunesimo secolo intuizioni melodiche e strutture in voga (oltre) mezzo secolo fa, né di dare forma alla propria nostalgia con la devozione massimalista – ma consapevole e quindi anche autoironica – di certi ossessionati all’ultimo stadio (tipo lo Stephin Merritt degli album tematici, a cui viene pure da pensare ascoltando episodi asprigni e allucinati come Everyday): la sensazione è che alla base di Reset ci sia piuttosto il tentativo di rappresentare la nostalgia dal punto di vista di un algoritmo contemporaneo. Col risultato di evocare il fantasma nella macchina e spingerlo a manifestarsi come sintomo di fattore umano residuo.

Questi nove teatrini nostalgici sembrano insomma il sogno ipercromatico di un’intelligenza artificiale che ha preso coscienza di sé nel tempo. In altre parole, fanno pensare all’algoritmo di una piattaforma di streaming musicale che si è improvvisamente invaghito della passione degli utenti (ok: di alcuni utenti) per l’esotismo lunare di certi miraggi surf-pop, e in ragione di ciò ha iniziato a generare incantesimi automatici in forma di canzone a partire da schegge di quel (glorioso) passato. Più che al languore devozionale alla She & Him, mi viene da pensare ai patchwork febbricitanti usciti dalla mente chirurgica dei The Books.

Il risultato – l’output? – è una popadelia ammaliante ma compassata, vivida ma inerte, come una fiamma glassata in un languore frigido, acrilico, terminale. Sono canzoni intriganti e a loro modo ipnotiche, che però ti rivelano lo spazio cavo al posto dell’anima un attimo dopo averti risucchiato nel loro Oz. Ti ammaliano con lo spumeggiante inganno della loro prospettiva rovesciata, poi abbassano la maschera e non c’è nessun volto, ma un monito.

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