Recensioni

7.2

Masse informi di suoni al tempo stesso organici (in quanto sembrano avere vita propria) e sintetici nell’aspetto fanno da corpus nella ricerca artistica di Pan Daijing. La producer di stanza a Berlino, al contempo, concilia (seppur di conciliante ci sia davvero quasi nulla) questo dualismo con l’interesse per la vocalità su cui si fondano gran parte delle sue composizioni. Negli scorsi anni, quelli seguiti al primo disco, si è in effetti rivolta e dedicata a lavori di carattere operistico che ruotavano proprio intorno ai cori e alle voci. Un’esperienza dal vivo descritta da chi vi ha assistito (non il sottoscritto) con termini come “inquietante” e “spaventosa”. Il lavoro sulla voce è necessariamente ancora nel cuore del nuovo disco di Daijing, che arriva a quattro anni dal precedente e all’inizio di un’estate che tutto vuole fuorché rischiarare o alleggerire. Entrare dentro i labirinti di Jade玉观音  ci porta in corridoi senza alcuna uscita, a tu per tu con personaggi al limite tra paranoia psichiatrica e sogno lucido che intonano filastrocche sghembe, come nel piccolo capolavoro neo-futurista Tilt. 

L’esordio, Lack 惊蛰 (2017), raccoglieva dieci tracce che pochissimo avevano della forma-canzone e molto invece di un’esplorazione viscerale dell’assurdo, dell’onirico, del subconscio di Daijing; questo nuovo lavoro riprende la medesima ricerca. Se possibile (e lo è), lo spettro attraversato in Jade 玉观音 è ancora più claustrofobico: i droni diventano asfissianti tappeti sui quali la voce di Daijing sembra agitarsi animata da un istinto primordiale (Dictee 三月) o sussurra uno spoken word ipnotico su un tessuto generativo di detriti industriali perforato da un battito cardiaco (The Goat 二月). La teatralità dell’approccio alla musica e alla performance restano imprescindibili, come nel primo estratto Dust 五月, incatalogabile destrutturazione di una specie di ballata folk, di una filastrocca, forse un incantesimo. O nell’altro topos Daijiniano, il canto lirico sul motorik in salsa industrial di Metal 八月. Sono panorami infestati dal suono, musica che non si libera e rimane incastrata nell’assenza di senso che è tuttavia fondamenta programmatica del lavoro di Daijing. Anche l’anima orientata al club si intravede, nonostante l’idea di muoversi sotto la cascata di bassi in Ran 乱 sembra quasi una tortura masochistica. Poi, quasi improvviso, arriva uno squarcio (che dura soltanto qualche istante) con il tintinnio di Let 七月, a fare da esca per la voce fredda dell’artista, che ripete ossessivamente «could it be possible? / I take my bath in the ocean/ I can’t get out» riportandoci alla sensazione soffocante e estrema che lega insieme questi quaranta minuti disturbanti.

Un lavoro che riflette sul vuoto e sull’angoscia esistenziale, imbrigliando il tutto in vesti tanto difficili da indossare quanto interessanti. Pan Daijing (che ha trovato casa nella peraltro omonima etichetta PAN, una tra le dimensioni contemporanee più interessanti) ha insomma una voce personalissima che alimenta una ricerca – più sonica, e se vogliamo anche filosofica che musicale – da tenere d’occhio e d’orecchio nelle sue filiazioni future.

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