Recensioni

7.2

Il doom metal non è roba per stomaci deboli. Ostico, a tratti inaccessibile, pesante e lento per antonomasia, il doom si pone come uno dei sottogeneri e microcosmi più neri e vasti dell’heavy metal: le prime avvisaglie di questo sound si rintracciano già in un’era pressoché preistorica, tra i solchi di Master of Reality dei Black Sabbath – album che non a caso viene definito come il vero e proprio ground zero di una certa chiave di lettura del metallo pesante, scaturita da un drastico abbassamento di tonalità e di bpm e da tematiche che mistificano il disagio sociale filtrandolo attraverso narrazioni fantastiche e oscuri sortilegi. Col passare dei decenni, il doom ha assunto una propria conformazione specifica, seguendo un proprio percorso che si distacca quasi totalmente dal flusso evolutivo dell’heavy metal, ignorandone i trend, saltabeccando tra Scandinavia, Inghilterra e Stati Uniti, ma pur sempre finendo nelle mani di band che, volenti o nolenti, hanno fornito una chiave di lettura molto personale ed originale del genere (penso a tre formazioni molto differenti tra loro come gli Sleep, i Melvins e i Type 0 Negative).

Dopo una miriade di sottogeneri e interpretazioni, di band che ne hanno portato a giro il peso, qualcosa pare essersi fermato – eppure il monolite è sempre lì, inscalfibile. Al giorno d’oggi, la band che meglio rappresenta il sound, proviene da una zona geografica che notoriamente ha poco a che vedere con grigi cieli albionici, tetri mausolei e pioggia fitta e battente: i Pallbearer da Little Rock, Arkansas, sono molto probabilmente lo stato dell’arte del genere; il quartetto, infatti, già dall’esordio con l’ottimo Sorrow and Extinction (2012, Profound Lore) si è posto nelle sfere alte del doom metal americano, accodandosi però ad una visione più funeral, ma fornendone un’ennesima versione orientata verso il contrasto tra passaggi eterei e atmosfere tipicamente opprimenti. Poi è seguita una seconda prova se vogliamo ancor più convincente, Foundations of the Burden (2014, Profound Lore), che suggellava quanto di buono e valido era stato messo nel disco precedente; l’album entra nelle classifiche di fine anno tra i migliori del genere, e contribuisce a far accrescere un hype quasi assurdo per una band del genere, in vista del fatidico terzo LP – permettendogli peraltro di ottenere un prestigioso contratto con la major Nuclear Blast.

Questo Heartless arriva quindi con un carico di aspettative ben oltre la media, e sulla spinta dell’entusiasmo di una band che pare abbia realmente trovato la proverbiale quadratura, nonché un discreto contatto con l’aldilà: l’album fa quasi paura, nella sua spettralità, nell’incedere minaccioso e cupo, e pare volerci condurre nei meandri degli inferi (il “singolo” Thorns); eppure lascia trapelare anche qualche spiraglio di luce, nei manierismi chitarristici dell’opener I Saw the End, nei soliti passaggi più dimessi e acustici (Lie of Survival) o in una certa epica che domina più o meno tutto l’album, in contrapposizione alle tematiche pessimiste e a quel senso di “eterno ritorno” che riecheggia nella musica, e che riconduce la memoria agli illustri avi – Dancing in Madness, probabilmente la migliore del lotto, ricorda molto da vicino Forest of Equilibrium dei Cathedral (1991), ma ha anche quel quid pinkloydiano, in alcuni passaggi chitarristici, che si avvicina all’epica di The Wall; talvolta Heartless ci stupisce, e ci riporta la memoria persino agli scintillanti fasti del denim & leather anni Ottanta (i Judas Priest da moviola nella rutilante Cruel Road).

L’amalgama sonora è ben più compatta rispetto al passato, e ne beneficia la struttura dei brani e dell’album in toto: raramente durante l’ora spaccata d’ascolto si avverte il prepotente scarto tra i passaggi deflagranti e le vibrazioni lisergiche, un saliscendi che è quasi impalpabile e dona uno spessore notevole ad alcuni brani, come la conclusiva A Plea for Understanding, che si esaurisce in un flusso ipnotico di feedback ed echi oltretombali. Il cantato pulito di Brett Campbell si fa, se vogliamo, ancor più chiaro, ponendosi in prima linea e inserendo vaghi sentori post-metal – pare proprio che sia tutto un more of the same, mantenendo la stessa attitudine progressiva, ma ben più levigato, in alta definizione, con più tastiere, più strati di chitarra, più effetti, più tutto. Un innalzamento generale degli standard che porta anche ad un restyling visivo, oltre che sonoro: l’affascinante artwork, ad opera del pittore Micheal Lierly, raffigura un monumentale golem, ricurvo e mesto – e che va a sostituire repentinamente quello che per i Pallbearer era una sorta di Eddy degli Iron Maiden, la loro mascotte, il druido bianco (che compare però nel video di Thorns).

Magnifico e triste è il gigante di pietra, ottima analogia con le vibrazioni mistiche ed esistenziali del doom dei Pallbearer: un doom più grigio che nero pece, più riflessivo che distruttivo – un ottimo esempio di quello che il doom potrebbe diventare, da qui a qualche lustro.

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