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7.1

La west coast chiama. E’ odore, sapore, ruvidità, una coperta strascicata lungo mille notti, giorni, tramonti e polvere. E prospettive. Tradite, smarrite, disperse certo. Trasformate in qualcos’altro. Però mai davvero dimenticate. Col suo retaggio di possibilità utopiche, col suo strascico di ideali esausti, il west coast-sound resta un’opzione salda in questa fase di smarrimento totale causato sia dall’eccesso di proposte che dalla (conseguente) frammentazione dei linguaggi. Non sembra quasi più un modello cui ispirarsi, un dizionario semantico cui far affidamento, ma una dimensione da riprodurre, nella quale far accadere questi ologrammi tanto più illusori quanto più corroboranti.

Ecco, P.G. Six per esempio, progetto del newyorkese Pat Gubler, ti invita ad accomodarti sulla poltrona sotto al front porch cogli orizzonti solcati dal palpito caldo, desertico della frontiera. Una poetica di tradizione on the road, di sguardo che si muove indagando la sottile linea di saldatura tra radici e idee in espansione. Tra la calligrafia densa e minimale dei sentimenti e la loro sublimazione corale. I Grateful Dead del riflusso country-rock e delle atmosfere squadernate periodo Arista (Talk Me Down, January), l’estro caldo e convulso dei CSN&Y (This Song, Palace), il caracollare desertico degli Hot Tuna (Days Hang Heavy), l’indocile poliedricità dei Jefferson Starship (Letter, Wrong Side of Yesterday): coordinate piuttosto chiare, che però all’occorrenza lasciano aperte le porte della percezione contemporanea, vedi la neo-psichedelia dalle vibrazioni androidi Yo La Tengo e Low della splendida Crooked Way.

Belle canzoni, ben realizzate. Disco gradevolissimo. I cui limiti fanno il nido nella sua stessa poetica.

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