Recensioni

6.7

Una delle musiche che più ha perduto visibilità, negli ultimi anni, è il noise. La carica eversiva e dinamitarda è ormai materia per puri appassionati: lontani i tempi in cui gente come Sonic Youth (lato più intellettualoide) o Jesus Lizard (lato più marcio, ma pur sempre arty) trovavano un pubblico ampio. Un po’ perché i limiti distorsivi sono forse stati toccati tutti, un po’ perché gli attori di quegli anni sono morti o hanno lasciato la musica o, semplicemente, si sono dati ad altro. Quello del noise è, oggi, un terreno che non dà più molti frutti ma, a dirla tutta, non si sa quanto sia veramente arido: gli esempi di Metz e Pissed Jeans (per dire di due tra gli esponenti più conosciuti) sono qui a dimostrarlo. Per tacere della lezione laterale dei Death Grips, gente che ha preso altre vie per il tumulto e che ora tiene alta la barra del rumore con una forma sempre sul punto di crollare, al collasso di generi quasi agli antipodi.

Nenia e asfissia, tra musica classica e noise. Dieci anni dopo The Narcotic Story, nella parte più a nord di quei territori di cui parlavamo poco fa, tornano gli Oxbow da San Francisco: Dan Adams, Greg Davis, Eugene Robinson, Niko Wenner; gente in giro da quasi trent’anni. La vena noise terroristica è diventata austera, nei suoni e nelle aperture melodiche trafitte da un sostrato di musica classica che rende questa musica ad un tempo ancestrale e urbana, come un serial killer che si faccia di qualche droga pesante dopo essere uscito dal conservatorio. Eugene Robinson pare un David Yow più colto e più dotato a livello canoro, ma non meno aggressivo e più vario nelle declinazioni espressive. Tutto attorno, il noise è stemperato in mille rivoli teatrali, minacciosi perché costretti, strutturati, privi di schizzi acidi: un mostro in una teca adornata da bei motivi. Tra Eddie Vedder (nei momenti più lirici) e un cantante della Amphetamine Reptile nei momenti più grezzi e deviati, Robinson tuona al centro di un maelstrom elegante e tatuato, in cui l’epica di una Host è il momento più simile per violenza al passato, e neppure così tanto. Ci sono il pianoforte, gli archi, ma anche le distorsioni: eppure tutto è messo al servizio – è questa la vera differenza rispetto al passato – della performance canora. Come se, più che una band, gli altri tre fossero un coro greco che fa da contorno (massiccio, esorbitante) alle parole di Robinson. Basti ascoltare l’emotiva The Upper per averne testimonianza.

I ritmi sono generalmente lenti (The Finished Line), o addirittura marcette (l’apertura di Cold & Well-Lit Place). Spesso si aprono tra un riff e l’altro, per lasciar intravedere una scia impazzita di rumore (Other People), ma è come mettere un’enorme patina distorsiva – in alcuni tratti – sui Black Heart Procession. In questo rappresentano ancora una volta, nella musica degli Oxbow, un atto di coraggio, proprio per la nudità che viene esibita, per la scelta di trasmettere uno sconforto senza essere pestoni: prima c’era l’aggressività, ora c’è uno strapiombo verso un tipo di narcolessia urlante che (unica vera pecca) a volte risulta monotona e ripetitiva. Non si tratta certamente di un capolavoro, ma di un segnale di vita sicuramente sì, lanciato da un pianeta che un tempo era noise e, oggi, è forse qualcos’altro.

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