Recensioni

C’è come un’inspiegabile grazia a guidare il processo creativo di alcuni artisti. Una forza che spinge verso l’esterno e che, altrettanto inspiegabilmente, trascina chi ascolta proprio al centro di quella forza motrice. Mike Kinsella è un artista nato nel segno di quella grazia, fin dagli esordi con i Cap’n Jazz, passando per la band poi divenuta di culto – American Football, fino ai Joan of Arc e ai più recenti LIES. E di quella stessa materia primordiale si nutre anche Owen, il progetto ‘solista’ giunto alla prova numero undici con questo The Falls of Sioux, in uscita il 26 Aprile sempre per Polyvinyl Records.
Album in scia a quel patto – stretto molti anni fa – con un’emotività estrema che il Nostro non teme di presentarci in tutta la sua nuda genuinità: un’angolazione intima che ci riporta al punto di partenza, cioè a quando Kinsella decide (proprio con Owen) di allontanarsi da progetti corali per riappropriarsi di un approccio alla scrittura tale da poter esser sviscerato anche tra le mura di una piccola cameretta. A decidere il resto, come spesso accade, è stato il destino con Owen obbligato a trasformarsi in catalizzatore di smottamenti tumultuosi (il precedente The Avalanche racconta la fine del suo matrimonio e dunque la chiusura di un capitolo importante della propria vita) ma anche radiose riprese come sogni sussurrati alle cascate protagoniste dell’artwork.
A dominare The Falls of Sioux è ancora una volta la componente acustica, con un etereo fingerpicking a disegnare suggestioni mentre tutto intorno è una danza di synths, pedal steel e giri ritmici appena accennate come in una cauta danza. Kinsella mostra di non aver mai smarrito quello sguardo malinconico indirizzato all’emozionante chamber-pop che, a tratti, cita Kozelek (Hit and Run), ritrovando il sentiero di un math rock primigenio sulle tracce degli American Football (Virtue Misspent) e che sconfina nella prova più wavy del lotto segnata da uno spazzolato shoegaze e da echi lontani ed accorati (Beacoup). Come nei precedenti album a firma Owen, in cabina di regia troviamo Sean Carey (Bon Iver) e Zach Hanson (Bon Iver, Low, Waxahatchee), mentre KC Dalager e Russell Durham (Fleet Foxes, Andrew Bird) lo accompagnano nel viaggio rispettivamente ai cori e agli arrangiamenti chitarristici.
A metà strada tra l’ultima prova dei Colouring di Jack Kenworthy e l’emo jangle-pop di Glenn Donaldson, The Falls of Sioux segna una nuova fase nel percorso artistico degli Owen di Kinsella, artista finalmente pronto a riappacificarsi con quella parte del proprio vissuto che aveva sotterrato sotto il scroscio di una cascata. È tempo di rifiorire.
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