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Caravaggio oggi? Potrebbe avere le fattezze biografiche di questo musicista canadese, famoso per aver prestato il suo violino agli Arcade Fire e agli Hidden Cameras e aver arrangiato un po’ per tutti quelli che contano oggi, da Frank Ocean al regista Tim Burton. La vita del pittore italiano è stata segnata da continui guai con la legge, compreso un complicato e non del tutto chiaro omicidio in cui è stato coinvolto. Anche il canadese, nell’ultimo periodo, ha avuto le sue belle grane con la giustizia: un’accusa di violenza sessuale, per il momento finita in nulla, e una querela per diffamazione. Guai personali, vite tumultuose, dolori dell’anima, fede che va e viene: la copertina di Island sembra indugiare in questo parallelismo, con un chiaroscuro violento che ricorda i quadri del maestro, che, tra tele scomparse e riapparse, una rissa e una bevuta nelle peggiori bettole, vuole la leggenda che non abbia esitato a usare ossa umane triturate per ottenere quel nero profondo, stratificato, che ne ha caratterizzato la produzione.
Qui, il canadese è aiutato nella sua ricerca di sprazzi di luce in un mondo nero come la pece dalla London Contermporary Orchestra, con la quale ha registrato negli studi di Abbey Road a Londra. Ne esce una suite in quattro parti in cui l’alter ego di Pallett, Lewis, già conosciuto ai tempi del precedente In Conflict (2014), affronta i propri dolori esistenziali. Dallo svegliarsi in un’ambulanza a maledire, in un gioco di specchi a livello meta, “Owen Pallett” è come fosse un dio traditore.
Sono brani costruiti originariamente attorno alla chitarra acustica e poi sviluppati per l’orchestra, acquisendo così la teatralità e la cinematograficità che percorre tutta l’ora circa di musica. Tra tutti, a colpire come pugni acuminati sono l’opener Transformer, con il suo fingerpicking solo apparentemente gentile; la pietra d’angolo di tutta l’opera, ovvero A Bloody Morning, sorta di summa poetica del disco, come fosse il motore immobile del tutto a livello musicale. E il quasi blues di Lewis Gets Fucked Into Space, che ricorda tanto folk corale dei primi Duemila, innervato di percussioni usate come elementi non tanto ritmici ma emotivi. Per dire che tutto funziona bene, è estremamente curato, ben congegnato ma che, se i brani migliori sono uno per sezione o quasi, forse bastava scrivere di meno per dire le stesse cose.
Un vezzo, la logorrea, meno problematico del vero cruccio del Pallett solista: la sua voce ha un’estensione e una duttilità limitati. Non è un discorso di bella o brutta voce, ma piuttosto il riconoscere che, come tutti gli strumenti, non tutte le voci sono adatte a tutte le occasioni. Ciò non toglie che all’autore si possa riconoscere competenze e originalità, che ne fanno comunque un artista di primo piano in questo 2020.
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