Recensioni

Freschi di debutto discografico con quel More Than Any Other Day che probabilmente andrà a riempire molte delle classifiche di fine anno, e dopo aver dato alle stampe lo scorso fine ottobre un nuovo EP di quattro tracce, Once More With Feeling, gli Ought atterrano in Italia circondati da quell’alone di hype, sano e meritato lasciatecelo dire, che li ha portati alla ribalta negli ultimi mesi e che li ha visti premiati da Pitchfork con un roboante 8.4 e l’etichetta “best new music”. Il sound della band di Montreal, a cavallo tra new wave e post-punk, è dunque riuscito ad attrarre la curiosità di un vasto pubblico, desideroso di scoprire se quanto dimostrato finora in studio sia in grado di resistere alla prova del palco.

La prima sorpresa della data capitolina è tuttavia segnata dal cambio di location, a pochissime ore dal concerto. Dal Circolo degli Artisti ci si sposta al teatro Quirinetta. Una venue suggestiva, a pochi passi dalla fontana di Trevi, in pieno centro. L’interesse di tutti è quindi concentrato sulla vasta e calorosa sala, attrezzata eccezionalmente per ospitare i quattro enfant-prodige del post-punk canadese, fin troppo grande e dispersiva per un pubblico non esiguo ma allo stesso tempo non abbastanza numeroso da riuscire a riempire l’intera platea.

I quattro, guidati dal carismatico Tim Beeler – un incrocio tra un anoressico David Bowie e un Tom Verlaine d’annata – fanno il loro ingresso sul palco, dando come l’impressione di essere intimoriti, ma basterà attendere qualche minuto per vederli ingranare. All’inizio rarefatto di Today, More Than Any Other, scandito dal basso catartico di Ben Stodworthy, che presto scivola in un punk primitivo fatto su misura per il cantato sgraziato di Beeler, è affidato il compito di rompere il ghiaccio con gli spettatori della capitale. Da qui in avanti il live toccherà picchi sempre più alti di intensità ed emozione. Dagli scatti in stile Velvet Underground di The Weather Song, passando per la sinuosità di Habit – culminante in un violento fraseggio basso e voce – e per una fugaziana Pleasant Heart (qui Beeler sembra vestire i panni di Ian McKay) che si caratterizza per accelerazioni e decelerazioni (quasi)cosmiche, si finisce per schiantarsi contro lo schietto post-punk di Gemini e Clarity!, di chiara matrice televisioniana. Il finale è invece lasciato a un’intensa quanto suggestiva Beautiful Blue Sky (traccia inedita), a cui spetta il compito di mettere il punto esclamativo a un’esibizione che non fa altro che confermare l’enorme potenziale degli Ought, di sicuro non una semplice meteora di passaggio.

 

(Foto: Claudia Rasmussen)

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