Recensioni

Mi sono spesso trovata a pensare che gli Other Lives siano una delle band più sottovalutate della loro generazione. Le loro canzoni hanno sempre vissuto in un’atmosfera in bilico tra euforia e malinconica distanza, poggiando su strumentazioni solidissime e un cantato, quello di Jesse Tabish, commovente col suo modulare il senso di libertà che ogni musicista dovrebbe avere nel proprio mestiere. Se fino ad oggi l’essere mainstream sembrava non interessare affatto la band americana, il loro nuovissimo For Their Love si pone come primo ponte in una direzione di facilitazione all’ascolto; non più nicchia, o almeno non più così piccola.
Dopo un periodo di incertezze, personali e creative, la band sembra pronta alla rinascita: cinque anni dopo l’elettricità di Rituals, molto è cambiato per la band ma non certo l’uso di suoni ampollosi, di quel pop orchestrale che torna da grande protagonista nel loro ultimo album. Il trio di Jesse Tabish (piano, chitarra, voce solista), Jonathon Mooney (piano, violino, chitarra, percussioni, tromba) e Josh Onstott (basso, tastiere, percussioni, chitarra) affronta l’evaporazione del sogno americano, gli scontri perenni tra individuo, società e Stato, e infine la speranza come stile di vita davvero importante. Una raccolta di dieci tracce che, pur richiamando i lavori passati, guarda al futuro, continuando a sovrapporre su ogni melodia numerosi strumenti come campane tubolari, timpani, clarinetto basso, sassofono baritono, vibrafono e harmonium, insieme a corde da camera e trombe, fino alla solita formazione di chitarra, basso e tastiera, offrendo così un cinematografico e lussureggiante rock indie-folk.
L’intero album è un campo lungo, lunghissimo, con le chitarre che arrivano da un vecchio Western, e sotto molti aspetti ricorda una colonna sonora di Ennio Morricone per l’era moderna. E se è vero che il primo brano con cui ritorni a cantare è quello che dovrebbe rappresentare tutto il lavoro che hai faticosamente svolto, Jesse Tabish ha scelto proprio quello perfetto: Sound of Violence è pura bellezza nella sua alterazione blues di una strumentazione di casa Dirty Three, con la voce del cantante al centro della scena. Lost Day, ricorda – qualcuno dirà troppo – le linee spezzate del sound esplorato con Rituals, dal quale prende anche un respiro mediterraneo di cori e nacchere, ma poi sorprende con archi di gran classe e una melodia che rimane attaccata al cervello per giorni. Gli Other Lives si rivelano poi la grande band di cui vi dicevo in apertura nei brani più lunghi, dall’andamento variopinto: All Eyes / For Their Love è una sinfonia orchestrata di percussioni, campanellini e archi in fuga; quando ti abitui, cullata da quella melodia, ecco che tutto cambia con una frenesia nonostante tutto equilibrata, in preda a una cavalcata in cui si insinua il cantato di Tabish, lussurioso e soffuso come non mai. Una composizione di enorme peso, con quell’intro cinematografica pura che si muta l’abito in indie rock dalla linea di basso pungente. Dal piano ossuto e nudo di Dead Language le dinamiche del piano e del basso danno vita al vortice nervoso di archi e clavicembali che, in Nites Out, offre una follia straziante, nel refrattario turbinio di synth.
Se non si fosse capito, For Their Love parte benissimo, suona come il disco che aspettavamo da anni ma poi si perde; succede qualcosa nella struttura del lavoro, un blocco, un taglio netto all’ispirazione dei suoi autori. L’eccessivo permanere nel mondo sonoro del selvaggio west confonde molto e funziona con grandi limiti: le percussioni drammatiche, i corni dei mariachi, la polvere del deserto stancano nella seconda metà del disco. Non si salvano nemmeno i dondoli prettamente notturni di Hey Hey o l’ingombrante staticità delle corde orientali di Who’s Gonna Love Us, mentre le rotondità di Sideways, che oscillano in tempi di tre quarti, sembrano riportarci delicatamente a una realtà non più filmica.
Quello del disco si rivela un suono teso, drammatico, teatrale, orchestrale; eccessivo forse per la struttura non completamente solida di For Their Love. Con un gusto e un’attitudine che richiama i National e un’audacia à la Byrne, Jesse Tabish è un ottimo narratore dell’America contemporanea, un autore che sceglie però il percorso più breve e quello più sbagliato. La sensazione pastorale che emerge nella prima metà del disco va scomparendo nel secondo comparto, in cui ogni nota sembra sforzarsi per ottenere qualcosa di estremo, tanto da farlo diventare pesante e incompreso, scisso dai primi brani del disco. Un arsenale artistico, quello della band, che si espande troppo al di là e troppo velocemente in un lavoro che gode di una trama avvincente e bellissima ma di un finale contorto e tirato via.
Il vero – e unico – problema del disco è la sua durata: condensare in soli 37 minuti un progetto sonoro così maestoso, pieno zeppo di strumenti, in preda a strati intricati, strutture insolite – con due versi, un ponte e nessun ritornello ad esempio – limita pesantemente tutta questa vivace complessità, che sembra non trovare lo spazio adeguato per svilupparsi a pieno. Assorbirne l’impatto in un lasso di tempo così ridotto assomiglia a un’assurda castrazione che proprio non riesco a spiegarmi. Che fretta c’era, Jesse?
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