Recensioni

6.6

«Oggi non occorre più sballarsi per fare psichedelia, perché viviamo in una realtà che già di suo è costantemente sballata e ultra-weird»: è con questa frase certamente ironica ma tutto sommato veritiera e che chiama in causa un luogo comune legato a un certo genere musicale, che ci viene presentato nel comunicato stampa il primo disco di Ossi. «Italian psychedelic storytellers», si definiscono loro, nelle persone di Vittorio Nistri e Simone Tilli (entrambi già nel progetto Deadburger). 

Un duo allargato in realtà, visto che come accade in molte produzioni Snowdonia, in questo album sono della partita vari amici e colleghi: tra i più “in vista”, ci sono Andrea Appino degli Zen Circus, Bruno Dorella (Bachi da Pietra, Ovo, Ronin) e Dome La Muerte (Not Moving e figura storica del punk italiano), ma anche Silvio Brambilla, Roberto Pieralli, Carlo Scannameo, Claudio Macchia e Alessandro Casini. Senza dimenticare i disegni di Ugo de Lucchi, che partendo dalla copertina e fino al libretto con i testi determinano gran parte dell’immaginario di riferimento del disco, con uno stile in bilico tra le cover degli album dei Fuzztones e Andrea Pazienza.

Garage-psichedelia, dunque, ma di un tipo piuttosto particolare: ok le chitarre elettriche fuzzeggianti, ok le batterie essenziali e veloci, ma per i testi si parte da tematiche sociali e dall’orrore della cronaca quotidiana, per arrivare a un mosaico di parti cantate e campionamenti di voci reali che testimonia sarcasticamente e in prima persona il peggio dell’Italia odierna. Per razzismo e leghismi assortiti c’è ad esempio lo sfogo amarissimo di Ventriloquist Rock, Ricariche è testimone di una gioventù bruciata troppo in fretta («Non pensare all’autista / lui non guarda / e tu ricaricami / a 13 anni ho capito tutto / paga e ricaricami»), per i pruriti peccaminosi fuori tempo massimo c’è una Toy Boy che non ha bisogno di troppe spiegazioni («l’errore è stato / chiedermi consiglio / allora / mi hai vista madre / ed io ti ho visto figlio / tu eri il Toy Boy»), mentre Out Demons Out – uno dei brani migliori in scaletta – affronta il problema dei negazionismi e delle stupidaggini fomentate da certe distorsioni del web. 

Si procede più o meno così per tutto l’album, tra brani eloquenti come Naturalmente non possiamo pagarti e critiche tutt’altro che velate a certe dinamiche lavorative ben poco virtuose come Per sollevare il morale del capo, episodi che continuano a dipingere con un certo acume quadretti squallidi di vita reale. Al garage-rock si aggiunge poi nella seconda parte del disco un pizzico di sintetizzatori in più, per un album con tutti gli elementi al posto giusto e che cerca una certa profondità nelle tematiche affrontate. 

Tanto che se proprio dovessimo trovare un difetto a questo Ossi, potremmo citare forse la mancanza di un po’ di quella fisicità che il genere musicale di riferimento imporrebbe e che qui si respira solo a tratti. Qualcosa che vada oltre l’intelligente coordinamento formale dei contenuti all’interno dei brani e trasformi le 12 tracce in scaletta in un atto rivoluzionario espettorato, e non solo in una (necessaria e amara) riflessione sui tempi che corrono.

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