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A due anni di distanza da Staring At The Sun Before Goin’ Blind torna la band/collettivo guidata da Marco Campitelli con un album che a dispetto del titolo non a nulla a che fare con panorami post-apocalittici. Questo perché seppur foneticamente in linea con l’inglese – cosa che presupporrebbe qualcosa come “l’ultima cometa” o al limite “la cometa perduta” – il titolo di questo ritorno è in norvegese e starebbe per “cometa bloccata”. Discorsi e contorsioni linguistiche a parte, questo Lăst Comet a ben vedere ha però lo stesso molto a che fare col cosmo, anzi, con la forma musicale con cui gli umani hanno tentato di cantarne le profondità insondabili, ovvero la kosmische music di cui la formazione di Campitelli offre una versione meno dilatata e visionaria ma altrettanto ipnotica e capace di trasportare in un altrove sideralmente distante l’ascoltatore.

Reiterazione e circolarità sono, dopotutto, due elementi cardine di un disco che riesce a fondere l’impatto visionario delle musiche cinematografiche con la materia a grana grossa del rock (a forti venature dark-wave, come in Analemma, screziate di electro-rock, come in Pyramid Shape, o futuribili come un baggy sound del 2500 come in Transpace), seppur declinato in forme shoegaze ibride e verso un qualcosa che definiremmo etimologicamente dopo-rock. La press rimanda a una definizione specifica, kraut-gaze, che ci sembra riesca a riassumere perfettamente le anime che il collettivo abruzzese – allargato alla cantante e polistrumentista norvegese Emilie Lium Vordal, così come a collaborazioni di pregio quali quelle con Håkon Gebhardt, già batterista dei Motorpsycho, e Emil Nikolaisen dei Serena Maneesh – è riuscito a condensare in questo lavoro: guardare e sondare le profondità del cosmo ma con un atteggiamento introspettivo, qualcosa che se volessimo giocare al solito gioco dei riferimenti indicheremmo come “i Mogwai che jammano coi primi Tangerine Dream nella sala prove degli Slowdive”. Al netto di tutto, anche di questa definizione, Lăst Comet è un ottimo lavoro con almeno un paio di pezzi eccellenti nel loro essere visivi e visionari, Tribe Telepathy e Inhuman Witch, e che vedremmo benissimo come colonna sonora di qualche passaggio filmico d’autore.

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