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L’idea di modernizzare la tradizione country americana avvicinandola ad un gusto pop che non è necessariamente quello delle star milionarie del country-pop Billboard-friendly (e neppure quello forse eccessivamente acclamato di Kacey Musgraves) è certamente intrigante, così come lo è quella di ribaltare lo stereotipo machista del cowboy, incorporandone alcuni elementi per guardare altrove: Orville Peck è certamente conscio di aver dato vita ad uno dei “personaggi” maggiormente attesi di questa prima parte del 2019. Una formula infallibile la sua, una formula che sa catturare l’attenzione in pochi secondi sia a livello musicale (per la cinematica capacità di saper trasportare l’ascoltatore verso le sterminate lande desertiche del south-west statunitense), sia a livello visivo (un mix tra l’immaginario del cavaliere mascherato/Zorro e il fetish-kitsch di M¥SS KETA).

A voler vedere del marcio in ogni cosa, si potrebbe pensare di essere di fronte ad un artista fin troppo costruito che per forza di cose rischia di essere incluso all’interno di quella categoria di nomi che vengono ricordati più per l’estetica che per le proprie opere, ma il fatto che realizzi da solo le maschere di scena (ben quattordici) e che, nonostante (pare) sia a tutti gli effetti canadese, abbia realmente girato in lungo e in largo gli USA (ha cambiato nove città in quattro anni) vivendo in prima persona i luoghi che la sua musica tende ad evocare, ci fa essere ottimisti sulla genuinità del pacchetto completo che Sub Pop ha – con una certa lungimiranza – messo sotto contratto.

Pony, l’album d’esordio di Orville, è stato lanciato dal singolo Dead Of Night, brano destinato a diventare uno dei piccoli classici di quest’anno che condensa buona parte degli elementi stilistici che caratterizzano la sua proposta: le chitarra twangy (che in questi contesti dona sempre quel quid atmosferico in più), l’approccio vocale che fa propria la lezione dei crooner, la coda affidata al banjo per ribadire l’amore per il country e quel romanticismo – tragico e dannato – d’altri tempi che prende forma grazie a un songwriting che principalmente racconta storie di giocatori d’azzardo, reietti, fuorilegge e disperate fughe nel deserto. Un mix tra Chris Isaak (come Honeymooning degli Holy Motors, anche Dead Of Night riecheggia a modo suo Wicked Game), Timber Timbre, Alex Cameron e i drammi melancolici di Lana Del Rey. Le ballatone (Roses are Falling è un altro esempio) di Peck suonano talmente legate agli standard del vocal pop tradizionale (ma non solo, si veda la somiglianza tra Big Sky e la strofa di To Bring You My Love di PJ Harvey) che sembra di conoscerle già al primo ascolto.

A proposito di tradizione, i crooneraggi (che in alcune inflessioni fanno un po’ Morrissey) raggiungono il loro apice in Kansas, traccia che sembra provenire da una radio abbandonata rimasta sulle stesse frequenze dagli anni cinquanta (decisamente azzeccata la scelta di far decadere la qualità audio nei secondi finali, che in questo modo suonano come ricordi che svaniscono). Sospeso tra situazioni da dining room di hotel per pensionati, dispersi saloon del vecchio west (Take You Back, con tanto di fischio morriconiano e frustate) ed echi più bucolici – ma pur sempre notturni – ad altezza Handsome Family, Pony scorre lentamente lungo i binari di memorie che, perlomeno in Italia e perlomeno per quelli della mia generazione, sono state forgiate dalla televisione e da Hollywood (dai western più terra terra ai capolavori di Lynch). Il background punk di Orville e della sua backing band (composta da membri dei Frigs, gruppo post-punk dalle cromie goth) emergono solamente negli episodi dinamici (Buffalo Run).

Cantore di un’America che non esiste più, Orville Peck è già una mezza icona che per quanto auto-caratterizzante può – e deve – dimostrare di saper mutare nel tempo, scacciando tutti i dubbi del caso (tra tutti, un possibile secondo album in formato “more of the same”). Per il momento accontentiamoci di Pony, disco che in ogni caso ci accompagnerà per parecchi mesi.

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