Recensioni

7.5

Apparentemente meno esplosivo ma non meno cangiante e spiritato rispetto ai lavori precedenti, Ventre Unique ci restituisce l’orchestra più pazza del mondo a distanza di tre anni dall’osannato un po’ ovunque We’re Ok. But We’re Lost Anyway. Circense e caleidoscopico come d’ordinanza, il ritorno della formazione svizzera per residenza ma apolide per costituzione, appare più compatto e groovey ma contiene, forse più che in passato dove l’eruzione di un suono davvero deflagrante di colori e sensazioni catturava (e sviava, in senso buono) l’attenzione, infiniti input e mondi sonori.

Lo dimostrano pezzi stratificati come Breath, una fanfara composta da reduci del post-punk inglese originario ubriachi che parte, si ferma, esplode, riparte, svicola in un florilegio di suoni e sensazioni e ritmi cangianti. Oppure i momenti più sensuale e sinuosi come in Coagule, ondeggiante continuamente tra sputi di chitarra à la Ex, groove ipnotico alla Mekuria e una idea funkettona apparentemente minimale ma in realtà iridescente o in Ils Disent e Tout Haut, in cui il gusto pop weird, tutto stranezze e piccole continue variazioni sul canone che fu degli Stereolab incontra e copula gentilmente con la circolarità degli Heliocentrics. O ancora, come accade in Speak By The E o in Color, quando a salire in scena sono Talking Heads e affini con il loro dimostrare come il funk fosse bianco e non solo nero, o meglio, multicolore e prismatico, finalizzato a far muovere i culi un po’ ovunque vi fosse voglia di muoverli (mentre l’Orchestre ci dice, neanche troppo velatamente, For we ain’t no transparent For we ain’t no neutral…  we’re protesting, we’re denouncing).

A emergere da questi blandi riferimenti – a cui se ne potrebbero aggiungere di svariati, ideologicamente o strettamente musicali, come Crass e Liquid Liquid, Fela Kuti e Bush Tetras, l’avant-funk della Ze Records come le orchestrazioni afro-beat, ecc. – è l’idea di una band energica e sfaccettata, totalmente calata nel proprio presente (culturale, sociale, geopolitico) ma con una capacità innata di rendere il tutto in maniera leggera e, al contempo, estremamente difficile da decrittare nelle sue componenti specifiche. Un album, una musica in realtà, che richiede ascolto e attenzione col corpo ovviamente, ma soprattutto con la testa perché volendo giocare con le suggestioni facili, verrebbe da dire che il Ventre Unique di questa scombinata ma lucidissima combriccola è l’attualizzazione del mitico cavallo di troia alla nostra contemporaneità, ma porta in sé non messaggeri di guerre quanto il potere di una certa idea di musica (e di mondo, e di collettività, e di condivisione…).

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