Recensioni

5

Con le bonus track e il remix 1 ora e 24 minuti (!) di puro esercizio hartolliano. I fratelli sono (ri)tornati per la seconda volta oppure questa è la seconda parte della reunion battezzata da Wonky? Bando alle ciance, nel 2012, in piena effervescenza EDM con tutto un contorno di nostalgie rave (vedi Magnetic Man e la loro I Need Air), voglie di balearica e trance a contorno (il Galaxy Garden di Lone), il sopracitato album veniva salutato anche da queste parti come una «discreta seconda giovinezza». Riascoltarlo oggi in un presente più cupo, se non apocalittico, lontani dagli Obama days, con violenza, cinismo, big data e populismi a imperversare da ogni dove, risulta maggiormente evidente quanto quel contesto ne avesse amplificato portata e importanza. Un conto sono gli album che hanno fatto la storia del duo, un conto sono le operazioni revival seppur ben fatte come lo era Wonky. Monsters Exist non è né più né meno che la brutta copia di quel disco, mediano all’interno di una discografia che ha visto di peggio (il Blue Album soprattutto), una definitiva (?) riprova della incapacità del duo di guardare avanti, di affermare qualcosa sul presente in cui viviamo che non sia soltanto attraverso pipponi spoken word musicalmente insignificanti. Il brano a cui ci riferiamo è There Will Come a Time per voce della “rockstar della scienza” Brian Cox, quello che crede che nei prossimi 20 anni diventeremo una “civiltà multiplanetaria” (alla faccia della Dark Ecology e del realismo speculativo).

La miscela trance-tronica trainata da synth saturi e iniezioni electro che ha fatto la fortuna del duo si è trasformata in blanda prescrizione rave da consumarsi a tutti quei festival in cui è ancora possibile somministrarla, capsule spazio temporali dove quel contesto viene riportato in vita artificialmente. Più che un festoso party fricchettone sotto le stelle di Ibiza, la loro musica suona oggi come una involontaria morale alla Black Mirror sullo stesso argomento. E no, non è un complimento dacché la parte musicale lì avrebbe evidenziato proprio la plasticità, la mancanza di ironia e l’autoreferenzialità di musiche sottofondo fatte per assecondare un prevedibile innesco chimico/emozionale scandito dall’industria dell’intrattenimento e dagli energy drink, con musicisti burattini a sfilare anonimi nel prevedibile saliscendi serotoninico (ascoltate Buried Deep Within, e peggio fa Vision OnE).

A partire da classici immortali come Chime e Belfast gli Orbital non hanno solo mostrato un grande intuito melodico, ma lo hanno tradotto in spazi a perdita d’occhio, dove il confine tra il naturalistico e l’anelito spaziale sfumava in un ateo spiritualismo per quelli che non erano pezzi tappezzeria ma autentici quanto raffinati anthem per la generazione E (e pure per i rocker più progressisti, anche loro grandi fan della band). Se sparire per trovare nuova freschezza e naturalezza è stato il più potente messaggio innescato dalla Second Summer Of Love, e questo ha attraversato l’intero decennio estendendosi ai trance party in giro per il globo fino a quell’epilogo ideale che possiamo far coincidere con The Beach di Danny Boyle, i fratelli hanno saputo farsi carico dello spirito di un’epoca sintetizzandola in una credibile colonna sonora. Riascoltare In Sides o Snivilization è riascoltare un’epoca. Risentire gli ultimi due lavori del duo è un po’ come tornarci con un’elettroshock terapia fatta di calcolati innesti di certa dubstep da big room, EDM da stadio e quella che è la “nuova” vecchia deep radiofonica (pensate all’intorno Bob Moses), espedienti produttivi a loro volta stanchi o invecchiati, tuttalpiù soundtrack per videogame affetti (anche loro sì) da retromania (Tiny Foldable Cities).

Basta ascoltare la nuova prova di Objekt per avere un’idea di come il loro sound potrebbe reinventarsi oggi, altro che la scontata suite di P.H.U.K – tra ambient e techno in scatoletta – che ha preceduto la pubblicazione del disco. Avremmo perdonato un disco in cui visione e intuizioni melodiche prevalevano sui modelli, ma ora più che mai confronti con la delicata antemica di In Sides, la fase imperiale coincisa con la colonna sonora del Santo o anche solo con l’ironia infilata nella techno dei primi lavori (di cui sentiamo a maggior ragione la mancanza ora) si fanno piuttosto impietosi. Monsters Exist riprende quel che già avevamo criticato in Blue Album: tanto pathos, tante stelline in cielo, tanto blu e tanta emotion, e poi? Il paragone più immediato vien con il Jean-Michel Jarre più astuto e imprenditoriale (con i suoi nuovi capitoli di Équinoxe e Oxygene), ma nel loro caso, più che il cachet richiesto ai festival, il problema sembra essere quello di non riuscire a dire veramente addio.

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