Recensioni

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Arrivati al 1996 le orecchie dei rockettari più progressisti si erano già ben sintonizzate su quanto stava accadendo nell’universo rave più allargato, che nel frattempo era diventato mainstream, e qualcuno, come i Prodigy, già sbuffava e reagiva (Music for the Jilted Generation). Del resto erano passati cinque anni abbondanti da quando Andrew Weatherall aveva prodotto Loaded e poi Screamadelica. Tre quelli trascorsi da un singolo progressive house piuttosto noto come Open Up dei Leftfield che si era fregiato della voce di John Lydon. E nel frattempo erano usciti pure dubnobasswithmyheadman degli Underworld e i lavori di Dust Brothers poi Chemical Brothers (Exit Planet Dust), senza contare che Da Funk, il singolo dei Daft Punk, su MTV aveva spopolato. Ancora non si parlava di Big Beat ma le porte erano state aperte, anzi spalancate, come nel caso dell’house da stadio dei KLF, che arrivati a quel punto sembra un lontano ricordo.

Del resto se c’era un lato frontale ed euforico della fruizione del comparto elettronico da parte del pubblico cresciuto a pane e chitarre, ve n’erano altri due maggiormente melodici, cerebrali se non proprio ambientali alla maniera di On Land di Eno. Attraverso i suoi Selected Ambient Works Aphex Twin era entrato nelle preferenze di una variegata frangia di pubblico giovanile e, a partire dall’aura mitologica che quelle pubblicazioni avevano assunto, il catalogo Warp era marcato stretto anche dai ragazzi che nei negozi di dischi avevano bazzicato fino a prima solo gli scaffali legati a brit pop e grunge.

Gli Orbital in questo scacchiere si erano inseriti prestissimo, giocando una partita simile a quella degli Orb eppur tenendosi al centro delle correnti. Loro, gli appena citati maestri dell’ambient house e gli 808 State erano stati a Top Of The Tops con le rispettive Chime, Blue Room e Pacific State, tre esempi maestri di quel virus ibizenco-balearico che muterà in numerose varianti, un Sueño Latino che avrà sviluppi sia dentro che fuori dal dancefloor e che porterà anche a note (e deleterie) derive, dalla psy e goa trance, fino a quel lato dell’EDM festivaliera a cui farà capo il compianto Avicii.

Tornando a noi. Quando il duo composto dai fratelli Phil e Paul Hartnoll pubblica In-Sides dopo un (bel) disco di transizione che qualcuno definì «le stanze di una techno paranoica», Snivilisation, si ritrova al posto giusto al momento giusto, nel cuore pulsante dei 90s, con una proposta che unisce il “turismo interiore” instillato dalla dance dell’epoca a una proposta più esplorativo-immaginifica, gamelan-orientaleggante, sinfonico-orchestrale, assolutamente cinematografica, lontana dalle proggate dei FSOL e, anzi, pronta per Hollywood. The Saint, contenuta in alcune ristampe del disco, è l’omonimo brano facilone che fa da colonna sonora al film Il Santo con protagonista l’allora star Val Kilmer e il suo successo apre ai fratelli le porte ad altre importanti collaborazioni come quella per Punto di non ritorno di Paul W. S. Anderson e Spawn di Mark A.Z. Dippé, quest’ultimo con la mitologica Satan con Kirk Hammett dei Metallica.

Paul e Phil Hartnoll, ovvero gli Orbital nel 1991

Composto con software logic audio e una serie di synth analogici (ARP 2600, Roland SH-101, Oberheim Xpander e Roland Jupiter), e ancora con Alison Goldfrapp della partita, In-Sides esplora eros e thanatos della libidine elettronica. È il lavoro più acclamato degli Orbital sia commercialmente (5° posto nella classifica britannica) sia dal lato della critica, che questa volta non è più prettamente di settore. Melody Maker e NME lo esaltano come il miglior lavoro finora composto dalla formazione, e a ragione: le sei tracce del disco (di cui The Box e Out There Somewhere suddivise in due parti) formano un multi sfaccettato caleidoscopio che spoglia l’elettronica del decennio precedente dei vari Vangelis e Jarre di quell’aria seriosa e istituzionale, vestendola di fanciullesco splendore. The Box – l’indimenticabile pezzo con il clavicembalo, quello con il video con Tilda Swinton pre-Oscar e una Londra decisamente ballardiana – è la trasposizione di un sogno ricorrente di Paul Hartnoll con protagonista proprio la fantomatica scatola.

Tilda Swinton, still dal videoclip “The Box” (1996)

Il sogno finiva ogni volta che il Box stava per venir aperto, con il suo contenuto a rimanere per sempre un mistero. Gli Hartnoll non sono nuovi all’autobiografismo in questo senso. Qualche anno prima, uno dei loro pezzi più noti e amati, Halcyon, era dedicato alla madre dipendente dall’omonimo tranquillante, ma mentre quel brano finiva per essere un positivo testimone dell’ambient dance di inizio nineties, viceversa un pezzo cromatico come Adnans è il prototipo di quell’IDM che poi diventerà fantasmatico trademark dei Boards Of Canada (e questo attraverso quel prezioso collante che sono stati i Sabres Of Paradise del compianto Weatherall). A chiudere in bellezza la tracklist di In sides, lo yin e lo yang di Out There Somewhere: dieci minuti di sottile distopia computer-delica, intrisa di ebm e acid house, che trovano, nei successivi 13, il contrappasso, in una ricca trama di armonizzazioni synth-orchestrali. In pratica, una prog suite di settantiana memoria aggiornata al vocabolario rave.

Se c’è una cosa potente che la Land Of Oz dell’ecstacy ha aperto in quegli anni, anche metaforicamente oltre che sinapticamente, è il ritorno a una dimensione di purezza, a un suonare e fruire della musica slegati dalla mediazione sociale. Fare elettronica come girare per un parco giochi in cui perdersi. E In Sides è proprio così, un Lunapark della mente, senza pubblico, né chiasso, con solo luci, incanto e ombre lunghe a stagliarsi nella notte.

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