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7.3

Esordio lungo per il duo mezzo Londra mezzo Berlino composto dagli ex Karamasov David Muth e Berit Immig (quest’ultima anche in The Chap). Che, tastiere casio e strumenti acustici alla mano, si fanno autori di un glitch-pop iper-frammentato e ad alta densità concettuale stile The Books. Ma qui, a differenza che in de Jong/Zammuto, il frammento è estrapolato da un corpo organico coeso piuttosto che da una Babele di fonti eterogenee. Quel corpo organico è il punto di convergenza spazio-temporale tra post-punk di basso profilo (minimale alla Young Marble Giants) e synth-pop puro: un crocevia all’appuntamento con il quale Muth e Imming si fanno trovare vestiti a festa o, piuttosto, come dovessero presenziare a un vernissage.

Un atteggiamento arty, il loro, visibilissimo nell’utilizzo delle voci (gli sfasamenti di Oversized, i fischi di The Break) e nei testi da poetica dell’ordinario di un Charles Simic recitati (soprattutto dalla Imming) con fare tutt’altro che declamatorio (ROV, in effetti, mi fa tornare alla mente la meteora Meanwhile, Back in Communist Russia). Ed è così che un suono scambiabile dai più distratti per un omaggio ai Lali Puna che furono (Her Body) si trasforma in realtà in un oggetto dai confini sfocati, a conti fatti ingestibile e da approcciare almeno con la stessa quantità di joie de vivre che il duo impiega, mattone per mattone, a edificarlo.

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