Recensioni

C’è voluto un po’ di tempo per capire che gli Olla, da Torino, non erano americani né inglesi. Un sound di questo tipo che ricorda Notwist e lontanamente Blonde Redhead risulta raramente assimilabile a band italiane (eccezion fatta per casi isolati come i Giardini di Mirò). A day of a thousand years è il loro secondo disco e anche stavolta la lingua scelta è quella d’Albione. Calati perfettamente nel ruolo di stranieri in patria, ora che il nostro idioma sta tornando prepotentemente nei testi delle realtà nostrane, i Nostri provano ma non riescono a bissare del tutto l’ottima prova d’esordio. A Serious Talk (2015), già frutto delle esperienze del collettivo Harembee, aveva infatti lasciato intendere una netta ispirazione nei confronti di un ricercato elettro-pop.
A distanza di due anni, lo stesso approccio viene riproposto in una veste maggiormente easy listening, con spigolature folk e un impianto squisitamente elettronico che però non riesce a fornire quella spinta necessaria verso uno storytelling efficace. Qualcosa si perde. Nello spazio di mezz’ora rarefazione e purezza smussano ogni angolo, rivestono ogni spigolo, in una misura che offusca in parte i molti (e buoni) propositi della band torinese. Ciò che però fa degli Olla una band su cui puntare ancora sono i singoli episodi. L’opener The Quicksands fa gridare al miracolo per gusto e quadrature, Gimme a Day si muove su un delicato pop meravigliosamente essenziale, Nord Tennis è un’implosione controllata sorretta da un drumming ossessivo.
Alcune scelte azzeccate non possono però da sole sorreggere un intero album. Gli Olla sanno fare della raffinatezza un’arma e questo è già un ottimo elemento: riuscire ad unire ad essa il graffio dell’appena accennato shoegazing e un tocco di onirismo post-rock è ad uno step da qui.
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