Recensioni

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In fondo, Ólafur Arnalds lo aveva già inquadrato perfettamente il nostro Gaspare Caliri otto anni fa. Recensendo Living Room Songs sottolineava come contasse di più il contenitore del contenuto, il vestito rispetto a come viene indossato: «È di certo un periodo questo che, per uno che si occupa di musica che la vulgata direbbe “classica”, è importante avere una formula, un concept, che faccia già metà del lavoro. Che attiri per la natura di “esperimento”, più che per l’urgenza espressiva. Eppure, anziché attivare il layer del mestiere, dell’artigianato nella composizione classica, il discorso attorno ad Arnarlds accende la retorica del talento, della capacità di emozionare».

Per il nuovo disco succede esattamente la stessa cosa, cambiano solo alcuni degli ingredienti. Il concept è il lockdown passato in isolamente nel suo studio nel porto di Reykjavík e il contatto umano fondamentale per trovare “una specie di pace”, per parafrasare il titolo, attraverso la collaborazione con musicisti-amici (il producer inglese Bonobo e i due cantautori JDFR e Josin). Si aggiunga che, da quel 2012 che ricordavamo poco sopra, Arnalds ha vinto premi con le sue colonne sonore ed è diventato noto oltre la cerchia ristretta di chi si occupa di “classica” o “neo classica”, una vicenda che lui non esita a raccontare come una specie di rivalsa nei confronti di un mondo – quello della “classica classica”, fatto di conservatori e orchestre sinfoniche – che non lo ha voluto. Ecco allora che anche per questo nuovo disco si sprecano le lodi, a tutte le latitudini.

Eppure, contiene poco o nulla: qualche nenia di piano e violoncello, qualche drum machine delicatissima e un paio di canzoni nel vero senso della parola. Si esce poco, però, dalla dimensione di musica priva di sviluppo, “carina” perché non c’è una nota fuori posto, ma che sembra mancare di una direzione. L’impressione, come nel 2012 e altre volte nella sua carriera, è che Arnalds si sieda al piano, giochi con i tasti e con campionatori vari e i suoi brani si fermino a questo stadio: un divertissement da sabato pomeriggio guardando fuori dalla finestra che non si tramuta mai in un lavoro di composizione concreto.

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