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7.3

A volte ritornano. Dieci anni dopo Hungry Ghosts, gli OK Go si rifanno vivi con And the Adjacent Possible, un nuovo album che riafferma la natura eclettica della band losangelina, da sempre dedita a un power pop multiforme: tanto sintetico quanto schitarrato, capace di muoversi con agilità tra l’immediatezza da jingle e raffinatezze di arrangiamento che occhieggiano i Vampire Weekend. Nota soprattutto per i videoclip iper-creativi (dal tapis roulant di Here It Goes Again agli esperimenti con Rube Goldberg e illusioni ottiche), la band di Damian Kulash continua a dimostrare che sotto le trovate visive c’è un canzoniere che merita di essere preso sul serio.

Il titolo dell’album è già una dichiarazione d’intenti: And the Adjacent Possible si ispira al concetto scientifico omonimo introdotto dal biologo Stuart Kauffman, secondo cui nuove possibilità emergono dall’interazione e dalla combinazione di elementi già esistenti. È una metafora perfetta per descrivere il modus operandi del gruppo, che da sempre ricombina influenze pop, indie, psichedeliche e funky con un entusiasmo contagioso e un’ironia con i tratti della malinconia. Lo stesso Kulash ha raccontato l’album come un riassunto delle molte fasi attraversate dalla band, ma anche come un lavoro più collettivo e organico, registrato interamente dal vivo in studio.

Le dodici canzoni che compongono il disco restituiscono l’immagine di una band a proprio agio nello sperimentare con la forma-canzone, trasformandola in uno spazio eccentrico e colorato, abitato da un divertito quanto caustico esistenzialismo. Si passa dai motivi sbarazzini che evocano il McCartney più acido (i falsetti e il blues elettrico di A Good, Good Day at Last), al funk-pop anni ’80 da crooner dagli occhi blu (Take Me With You), passando per le serenate lunari di Fantasy vs. Fantasy, il crooning d’antan à la Elvis Costello di Golden Devils, fino ai lentoni synth-pop (This Is How It Ends), in cui l’orchestrazione maestosa accompagna il canto disturbato di Kulash con struggente eleganza.

L’album si rivela una vacanza pop di nostalgie assortite dedicata a un mondo allo sbando, in cui ogni luce nasconde un’ombra. Così, anche i brani più luminosi celano in realtà riflessioni disilluse: A Stone Only Rolls Downhill, per esempio, si presenta come una dolce psichedelia à la Zombies (verdantr soul), ma parla dell’impossibilità di offrire conforto sincero in un mondo che sembra rotolare inarrestabilmente verso il basso. L’invocazione del ritornello: “I wish I could say it would all be all right” è struggente proprio perché non riesce a convincere nemmeno chi la canta.

A invertire la rotta, arriva il brano finale, Don’t Give Up Now: una carezza musicale dedicata a un’amica della band malata di cancro. Una preghiera laica e corale che cresce lentamente fino a trasformarsi in un om cosmico, un inno di conforto e solidarietà che chiude perfettamente un disco stratificato e coloratissimo. Perfetto da ascoltare in cuffia per coglierne tutti i dettagli, ambizioso nell’unire immediatezza pop e una complessità di riflessioni e emozioni affatto superficiali. Il pop che vorremmo sempre ascoltare.

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