Recensioni

UR FUN racconta la sfida insita nel restare innamorati a lungo dopo che il precedente White is Relic/Irrealis Mood del 2018, dalle parti di un funky pop Eighties, raccontava il folgorante atto stesso dell’innamoramento. Kevin Barnes è sempre più ego-centrato, più che autobiografico: narra di se stesso, del suo vissuto, della sua storia con la songwriter Christina Schnieder (Locate S,1). Forse, a dispetto degli eccessi e dei camuffamenti on stage, è sempre stato così: Aureate Gloom, nel 2015, elaborava la separazione dalla moglie Nina Twin. Andando più a ritroso: la ragione sociale of Montreal deriva da una vecchia relazione con una ragazza canadese, “di Montreal” per l’appunto.
Prolifico e incontenibile, Barnes. Stavolta eclettico e finanche autarchico, visto che ha registrato il materiale completamente da solo, nel suo studio. Lungo queste dieci nuove canzoni c’è un po’ di tutto: l’indie pop flower power (Peace To All Freaks, che parla in realtà di antitotalitarismo), i lustrini da pista dance (in Polyaneurism la domanda è «if you want monogamy are you just like some basic bitch?»), le schitarrate glam (Get God’s Attention By Being An Atheist), lo storytelling dalle melodie rétro (Carmillas Of Love), passi più ombrosamente cantautorali a dispetto delle risate (Deliberate Self-harm Ha Ha).
Ritornelli a presa immediata colpiscono nel segno di un synthpop votato al più sfrenato divertimento: i modelli di riferimento dichiarati sono non a caso Cyndi Lauper e Janet Jackson. I testi, a ben vedere, godono di riflessioni non così accomodanti, anzi, oltre che di riferimenti alla cultura alta e bassa (la ballad sopra le righe Gypsy That Remains, che ospita proprio la Schnieder, cita Caetano Veloso, mentre 20th Century Schizofriendric Revengoid-man attualizza psicosi kinskiane), in puro stile Barnes d’altronde…
Barnes, che di idee e capacità compositiva ne possiede ancora a pacchi. Tanto che gli perdoniamo qualche eccesso kitsch (voluto!), oppure qualche episodio non esattamente indispensabile (il teatrino drama rock di Don’t Let Me Die In America, per esempio… ma prendiamolo come un numero post-Sparks). Al sedicesimo album siglato of Montreal, sembra che a lui non interessi poi molto essere a ogni costo rilevante. Satanic Panic In The Attic o Hissing Fauna, Are You the Destroyer? ci sono già stati, a segnare i tempi. False Priest anticipava l’ondata R&B in procinto di contaminare l’underground. Adesso è soltanto il momento di (s)passarsela bene.
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