Recensioni

6.5

Il collettivo hip hop Odd Future confeziona una compilation per fare bella mostra di tutti i piccoli e grandi talenti che si sono raggruppati attorno al leader Tyler the Creator, artisti quali Earl SweatshirtFrank Ocean, Hodgy Beat, Domo Genesis, The internet.

L’impressione è che questo disco immortali una momento difficile per la crew: da normalissimi ragazzini malati di hip hop gli Odd Future si sono trovati in un baleno, grazie ai tempi iper-veloci di internet, al centro dell’attenzione della scena musicale grazie all’immediato successo riscosso da Earl e Tyler. Gran parte del merito dei due è stato quello di portare una ventata di aria fresca nella scena hip hop con una musica estrema e perversa (con basi che pescano tanto da Waka Flocka Flame che da Hudson Mohawke) ma al contempo adolescenziale e spensierata, sempre però concentrata sull’autocelebrazione di sé stessi come giovanissimi V.I.P. Purtroppo però non si rimane adolescenti a vita e le debolezze di questo disco ci mostrano come ciò è vero anche per la gang del lupo, che forse dovrebbe iniziare a ricalibrare la propria proposta.

L’album è incentrato su una formula semplice: lo storico membro e produttore Left Brain (aiutato da Tyler) siede in consolle e sforna basi su cui andranno a lavorare più artisti. Purtroppo rispetto agli anni passati è proprio questo meccanismo che si è inceppato. Se l’adolescenza è il momento della vita comune, la maturazione impone la solitudine degli adulti e di conseguenza è divenuto difficile per i nostri lavorare insieme senza schiacciarsi l’uno con l’altro. Così da una parte ci sono un gruppetto di big che per lavorare assieme avrebbero bisogno almeno di un terreno neutro, laddove invece la produzione di Left Brain gioca quasi sempre a favore di Tyler. Un esempio tra tutti: in Snow White Frank Ocean sembra capitato per caso in un pezzo di Tyler the Creator.

Dall’altra ci sono invece Hodgy Beat e Domo Genesis i quali sono ancora incerti tra adagiarsi sugli stereotipi Odd Future, ma rimanere sempre personaggi di secondo piano rispetto ai più carismatici, oppure azzardare un percorso di maturazione che li porti verso una propria proposta artistica, come cercano di fare nei loro buoni dischi solisti grazie a produzioni più classiche (l’Ep di Hodgy e No idols di Domo).

Paradossalmente le tracce migliori sono quelle più inaspettate come White, con Ocean questa volta libero di fare Frank Ocean (accompagnato dal piano). Belle anche la funkeggiante Ya Know dei The Internet con The Internet stessi in consolle e Forest Green by Mike G, che ci presenta un flow assolutamente di livello. Fortunatamente a redimere tanti brutti momenti arriva, in chiusura, il singolo allstar Oldie, dalla produzione finalmente poco ingrombrante e 90s che ci lascia godere della varietà di stili e registri vocali. Da notare – e non senza amarezza – come Ocean si dimostri il più maturo del gruppo anche nel rappato e come il ritorno nel finale di Earl (che non aveva potuto presenziare alle session) ci faccia pentire di aver ascoltato finora quasi solo brani di Domo Genesis e Hodgy Beat.

Un fatto curioso è che il più grande difetto del disco, quello di fare un pasticciaccio di artisti così diversi, va in realtà a vantaggio della crew: viene voglia di sentire i dischi solisti, dove ognuno avrà lo spazio per esprimersi al meglio. Forse una mossa di marketing geniale?

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