Recensioni

7.2

C’è un filo logico musicale costante in tutti i dischi dei Numero 6: la loro è una strada che si muove da sempre su una caratterizzazione melodica ben definita e accentuata dalla vocalità inconfondibile di Michele Bitossi. Dio c’è, quarto long playing della band genovese, non fa eccezione: costruito sulle consuete linee a cui il gruppo ci ha abituati in dieci anni di attività riesce a scavalcare di netto il precedente I love you fortissimo grazie, soprattutto, all’effettiva quantità di pezzi dal pop ben riusciuto, arrangiati d’istinto più che cesellati, incattiviti o dolci che ci risultino.

Un disco di canzoni che sanno come non risparmiarsi, forti della peculiarità del loro autore senza fronzoli, lo stesso Mezzala Bitossi che in tempi già ben sospetti di bravura scrisse quel suo indimenticabile verso che si fece poi motto “io non faccio poesia, verticalizzo, e vado al sodo”. Andando al sodo, infatti, si apre questo nuovo lavoro, più precisamente al grido grezzo-romantico di “buongiorno favola” in una delle più riuscite canzoni dell’intero repertorio della band dal titolo – tutto inevitabile e disarmato – di Mi arrendo. Dio c’è è un nuovo pragmatico discorso amoroso, un nuovo passo ragionativo di Bitossi che lavora su un sé stesso che è naturalmente troppe cose, troppe spinte che faticano a restare tutte insieme e che devono fare i conti l’una con l’altra per sfangarla in quell’animo inquieto che tutte le contiene.

Musicalmente vivace negli arrangiamenti – che oscillano tra la ballata e l’elettrico – l’album è impreziosito dai tanti pezzi importanti: oltre alla già menzionata Mi arrendo, svettano Low cost, Sessantasei e il vero gioiello del disco: Un mare, che vede la naturalissima partecipazione di Colapesce (il brano pare scritto apposta per lui). E’ neorealismo musicale ben distante da quello del miglior Max Pezzali, e va benissimo così: Bitossi è una sorta di Paolo Nori della musica italiana, perfeziona album dopo album questa sua narrativa pensata ma non scritta in lingua parlata, tutta ricca di ragionamenti poco filtrati che possono piacere come allontanare per sempre. Peccato per le voci femminili che appaiono in due pezzi – une passante in A chi è infallibile e Giulia Sarpero in Storia precaria – e che francamente non possono che lasciare perplessi. Per il resto, lo sapete, a noi i Numero 6, così fatti a modo loro, senza se e senza ma, piacciono eccome.

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