Recensioni

Lo sdoganamento della più recente cultura commerciale (trash, per alcuni, Festivalbar per altri, semplicemente pop per tutti) nel mondo indie non è cosa nuova. Tra i vari passaggi, ci hanno regalato momenti indimenticabili la cover dei Travis di Baby One More Time, quella degli Ex-Otago di Rhythm of The Night, il recente Cantanovanta di Garrincha e infine l’esecuzione live di Con un deca degli 883, da parte della band più discussa di tutto il 2011: I Cani. Proprio da qui prende le mosse la singolare iniziativa di Rockit: fare un definitivo tana libera tutti a quel mondo a cui abbiamo sempre guardato con la puzza sotto il naso, chiusi nella nostra torre d’avorio di snobismo e finte intellettualità. Così, se finalmente nelle discoteche indie passano anche Wannabe delle Spice Girls o I Want it That Way dei Backstreet Boys, nessun indie-purista o ostinato fan degli Afterhours storcerà il naso di fronte a cotanta eresia.
In Con due Deca vengono celebrati gli 883 e con loro tutta la cultura del periodo (verrebbe da dire “Gli anni d’oro del Festivalbar”). Vengono celebrati, per usare le parole de I Cani, in quanto “Pezzali è il più grande poeta degli ultimi vent’anni”. E i vent’anni di Hanno ucciso l’Uomo Ragno sono proprio l’occasione per scoprire come venti artisti e un ventaglio amplissimo di generi hanno vissuto la poesia del maestro. Non c’è ironia, non ci sono prese per i fondelli: si tratta di un umile omaggio di una schiera di devoti, che è cresciuta con queste canzoni, fra l’idolatria per i balletti di Mauro Repetto e l’indiscreto fascino di Alessia Merz.
L’aspetto più significativo della raccolta (in free download qui), è che, nel bene e nel male, nessun artista si è accontentato di una riproduzione sterile, asettica dei brani. A parte l’evidente e naturale adattamento dei pezzi originali ai differenti generi d’arrivo (Con un deca, Gli anni di Colapesce, Rotta per casa di Dio di Carnesi o, perché no, Senza averti qui dei Girless & The Orphan), gli episodi più interessanti sono gli stravolgimenti vuoi negli arrangiamenti (l’electro soft di Come mai degli Amor Fou, il flauto magico di Sei un mito degli Ex-Otago, la delicatissima Bella Vera nell’interpretazione dei Lava Lava Love) vuoi addirittura nelle liriche (La regola di D’Amico è un must assoluto con quel “Non vorrai rovinare un così bel RAP”, o La regina del Celebrità degli Egokid, in cui ci regalano finalmente la versione della storia dagli occhi della famosa ragazza).
Salvo piccoli inconvenienti (Weekend di Maria Antonietta, Hanno ucciso l’uomo ragno dei Numero 6, Nella notte de Il Triangolo) la compilation mostra, nel modo più divertente possibile, il buono stato di salute della musica nostrana (i “grupponi” Casa del mirto e Soviet Soviet, persino in contesti iper-italiofoni, ne confermano la potenziale esportabilità) e il clamore e l’interesse mostrati dal pubblico (tra i dieci trend di twitter solo nel giorno dell’uscita, il server di Rockit impallato dall’affluenza) sublimano e (è il caso di ripeterci) sdoganano una volta per tutte una cultura che ora, neppure in questo mondo, ha più bisogno di nascondersi.
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