Recensioni

Il primo ascolto di questo 77 è stata una di quelle cose che auguro di cuore ad ogni appassionato di rock(‘n’roll): eccitazione, tumulto, adrenalina e divertimento. Non li conoscevo per niente questi ragazzi, un trio newyorkese (da Brooklyn, per la precisione) fondato nel 2008 con alle spalle un esordio omonimo nel 2010 e un sophomore laconicamente intitolato II nel 2012. Ogni due anni un disco quindi, ed ecco perciò puntuale l’opera terza, quella difficile per antonomasia. Ma è un ostacolo che i Nude Beach superano nel miglior modo possibile: ovvero gettandosi oltre con cuore, testa, ventre e tutto l’armamentario. Con la più avventata agilità. Col brio di chi cavalca le proprie attitudini e sa che basta farlo al meglio per mandare un segnale forte.
Al resto pensa il talento, la capacità di azzeccare canzoni. Su diciotto pezzi in scaletta per quasi settanta minuti frizzanti, di pezzi azzeccati ce ne sono molti. Oppure, se preferite, sono pochissimi quelli non azzeccati. Nel frattempo ho ascoltato il lavoro precedente e, gente, il salto di qualità è vertiginoso. La ricetta? Gran parte sta nel riferimento temporale del titolo, quel 1977 che se da un lato vide all’opera l’iconoclastia senza sconti di punk e new wave, dall’altro ebbe in artisti come Tom Petty ed Elvis Costello dei formidabili anelli di congiunzione con la tradizione 60s. La calligrafia di questi ultimi aveva il nervosismo, l’asciuttezza e l’energia dei punk però usata per cavalcare la bestiolina rock’n’roll o psych, senza scordare la matrice folk. Un atteggiamento più arrabbiato che feroce insomma. Era come se volessero riappropriarsi del rock’n’roll senza farlo a pezzi. Allo stesso modo i Nude Beach scavalcano all’indietro tutto il disincanto del post-modernismo retromaniaco e si consegnano carne e sangue al piglio impetuoso di un rock acido, sferzante, liberatorio e soprattutto appassionato.
Molto Tom Petty e molto Costello quindi, ma iniziano ciondolando languidi e dolciastri come dei Velvet Underground strattonati Big Star (Used To It), per poi lanciarsi a rotta di collo tra jingle jangle impetuosi e sfavillanti (una For A While che è quasi Hüsker Dü, una I’m Not Like You che riecheggia Feel A Whole Lot Better però al fulmicotone), proseguono impastando languori e vampe power pop (la rutilante Can’t Get Enough, la melmosa It’s So Hard To Love You, il melodramma slanciato Badfinger con l’additivo Buffalo Tom di On The One Too Manys) e al bisogno allentando la tensione col lirismo onirico Grant Lee Buffalo (la sorniona Time) o marcette acidule Kinks (Set Me Free, che – si badi bene – non è una cover). Un carosello vivido e avvincente al punto che gli perdoni d’amblé un pezzo (scelto come singolo) stupidino come For You, che sembra voler spedire l’antica Be My Baby in una dimensione graffiante e cazzona con più ruffianeria che genio.
Il midollo della faccenda sta nella vicinanza poetica tra un bolide garage psych come I Can’t Keep The Tears From Falling (immaginatevi Petty in un bagno lisergico Count Five) ed il minimal-folk da cameretta It’s So Hard, in quell’affidarsi totale alla magia della canzone come se si trattasse ancora dei tre minuti più prodigiosi che ti possano capitare quando hai gioventù (entusiasmo, apprensione, intensità, malinconia, eccitazione…) da spendere su questa terra. Tutto qui. Se vi pare poco.
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