Recensioni

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Se ci fosse un termometro che misura l’attesa per un disco, quello dell’ambiente che mi circonda farebbe segnare una temperatura piuttosto elevata al solo nominare i Nu Genea. Era così quando, ormai cinque anni fa, usciva Nuova Napoli (con conseguenti copie andate esaurite in un batter d’occhio) e Massimo Di Lena con Lucio Aquilina uscivano dal loro (semi) anonimato di produttori techno baciati dal sole di una Napoli bagnata dall’eredità di Senese, De Piscopo e Tony Esposito. Se il tema all’epoca era (anche) la banalotta querelle sulla freschezza o mancata tale del progetto, oggi – seduti nei tavolini di plastica di questo Bar Mediterraneo – si percepisce istantaneamente lo scarto con un esordio che mi sembra decisamente superato a sinistra e di gran lena.

Lo è, superato, per ricerca e per suono, fin dal singolo ormai consumato (è uscito a luglio dello scorso anno) Marechià, dove il napo-francese di Célia Kameni si mescola a un irresistibile giro di basso funky che sembra uscito da una compilation anni ’80, spazzolato da un ritmo afrobeat e una chitarra à la Nile che rimette in pace col mondo. Premessa (ma anche promessa) che aveva stuzzicato l’appetito e oggi viene mantenuta con un disco che prende le mosse da una omonima title track strumentale uscita da una soundtrack dei maestri della library italiana.

È la stessa ambientazione nella quale si muove l’altro singolo, faccenda decisamente più fresca di uscita, Tienaté, che con violini impressionistici e un synth dalle scale mediorientali concretizza un tuffo nel Mediterraneo assolato (consiglio a tal proposito: l’ultimo disco dei TootArd, Migrant Birds, non a caso uscito sulla tedesca Glitterbeat). Perché mi sembra che un tema da sottolineare sia proprio questa febbre mediterranea che in Berlino e nella Germania ha ormai definitivamente un centro: lo ha in Aquilina e Di Lena, con i loro progetti satellite (NG records e Napoli Segreta su tutti, ma anche il loro lavoro come produttori), lo ha nella succitata Glitterbeat, e lo ha soprattutto nella Habibi Funk di Jannis Stürtz.

Proprio allo stesso modo di Stürtz, i Nu Genea operano nell’ottica di una riscoperta: per il primo è puro e “semplice” (tra molte virgolette) digging ossessivo nei mercatini e nelle soffitte, per i Nostri è decalcomania. Gelbi potrebbe benissimo essere estrapolata da una delle compilation HF, con la voce del tunisino Marzouk Mejri a creare ponti laddove l’acqua è un cimitero ai confini d’Europa. Rire è invece cantata da un ispirato Marco Castello (anche il suo disco d’esordio è da recuperare) che si appoggia su un riff di chitarra degno del più classico Fela e accompagna verso la conclusione di una mezz’ora tiratissima che con La Crisi allaccia un ulteriore legame con la tradizione napoletana, riadattando una poesia di Raffaele Viviani su un jazz funky, dove riemergono ancora le venature cinematiche.

Dicevamo della querelle tra derivatività e innovazione, e anche Bar Mediterraneo non si sottrarrà alla medesima questione. Ma se l’indirizzo digitato nel navigatore del progetto Nu Genea mira fin dall’inizio a riscoprire i mille rivoli che abbeverano la musica napoletana, questo Bar Mediterraneo è un luogo fisico (pare di toccarlo, con i bambini che cantano Vesuvio, classica tammurriata reinterpretata afrobeat) o dello spirito (si può senz’altro immaginarlo nelle pennellate cinematiche della succitata title track o di una lasciva Straniero colorata dalla batteria di Tony Allen) dove essi affiorano, finiscono nel golfo, diventano mare.

Apre porte, allarga gli orizzonti dell’esordio, porta lo sguardo ad abbracciare l’intero bacino del quale siamo un molo reso irraggiungibile: è un’opera prodotta e confezionata con una qualità che non aveva bisogno di conferme e che ha il non trascurabile merito di creare connessioni e alimentarle.

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