Recensioni

Il primo disco è un momento importante nella carriera di chiunque, da quel momento in poi puoi contare su qualcosa che se ne va in giro a lavorare per conto tuo. Il disco non tocca soltanto le emozioni degli ascoltatori ma porta in giro la tua faccia, la tua voce, la tua musica. Lavora per te, si muove per te, apre le porte per te, scardina un intero mondo, e lo fa per te. Quando poi, quel disco, sembra anche avere lo scopo di triplicare la misura della nostra pila di dischi da ascoltare – tra continui rimandi, carezze, memorie sollevate, gradi di separazione fra epoche lontane, allora forse è davvero arrivato il momento di lanciare quel primo disco nel mondo, farlo crescere, permettergli una dimensione corporea e mossa. Il primo disco di Marco Castello, dal titolo Contenta Tu, fa esattamente tutte queste cose assieme.
Amico e collega di Erlend Øye (metà dei Kings of Convenience) col progetto La Comitiva, Castello sembra aver attinto dal norvegese la capacità di suonare irresistibile, eppure confidenziale, unendo mondi lontani e spesso solo accarezzando la memoria sonora di un’Italia scomparsa. Questo esordio unisce vivacemente istinto pop, gusto per le jam, radici jazz e amore per l’italo-disco, grazie alla sapiente produzione di Marcin Öz (The Whitest Boy Alive) e di Daniel Nentwig. Quello che fa il polistrumentista classe ’93 offre finalmente la possibilità di parlare delle nostre radici comuni, del sedimento sonoro che bene o male caratterizza tutto: se non si è musicisti si continuerà a tornare sempre lì, con la tenerezza e la nostalgia degli anni che passano e dei ricordi che si sfumano, se si è musicisti si costruisce su quella terra, concimando con il nuovo, e poi il nuovissimo, senza mettere nulla all’angolo. Ma non parlate di copia, ne siamo lontani anni luce.
Viviamo in un tritacarne in cui non è facile mantenere il tempo, seguire il ritmo, non perdere colpi, il dato giusto, il numero a effetto, le risposte. Il tempo corre. Diventare il nuovo, la next big thing di cui tutti parlano, è superare la linea di confine, è vedere l’orizzonte e sapere che al di là ci sei ancora tu, ma per tutti gli altri sei già qualcos’altro, la promessa che deve essere mantenuta. Non so onestamente se Castello abbia questa ambizione ma è importante si parli, senza luoghi comuni, della sua capacità di rivelare, attraverso le dieci tracce del disco, una scrittura – che mi ricorda Jerome K. Jerome – sottilissima, pungente, divertita e perfettamente adagiata su un tappeto musicale eterogeneo e trascinante. Questo è pop, è funk, è jazz, è desiderio esplicito di groove, di ballare, di far muovere i corpi senza pensare. Se le soluzioni armoniche spesso saltano da una parte all’altra, l’eleganza con cui Castello costruisce i brani commuove e affascina: Porsi fluttua morbida tra istantanee scolastiche e un gusto tutto naif, e la ritmica sostenuta e in crescendo di Cicciona emerge come un quadretto intimista e sensuale in cui è l’espressione familiare a diventare una confidenza clandestina, un sigillo d’amore.
Torpi, con la sua cassa dritta, impasta una corsa funk tiratissima dalle dinamiche irresistibili, che sposa il desiderio di una leggiadria rivelatrice, come quando si consente un “sta canzone di merda non vuole finire” o “faccio schifo a ballare” che potrebbe sembrarci l’ultima preoccupazione di fronte alla magia di volersi muovere. Lo spleen viscerale di Palla merita una menzione d’onore per riuscire a suonare come un perfetto pop avvolgente, senza fronzoli ma di una finezza assoluta. Iconica al primo ascolto, sfibrata nelle linee vocali, luminosa nell’apertura melodica. La bellissima allucinazione di Marchesa, tra chitarre wah wah e una linea di basso fantasista nella sua semplicità (molto bravo Lorenzo Pisoni), riporta al surealismo funky-pop di un genio come Carella; dal filo sottile di una catarsi musicale come Contenta Tu alla scelta del dialetto siciliano per il canto tradizionale di Addiu, col suo tappeto tra jazz e drum machine, Castello dimostra un’autonomia compositiva di estrema maturità, nel riuscire a muoversi sapiente in più mondi attingendo da tutti, senza tradirne nessuno. C’è ironia, c’è esotismo, ci sono le radici, c’è la disco, ci sono Battisti, Concato, Sorrenti, Daniele, gli Steely Dan, la fisicità incontenibile di Mac DeMarco e c’è Siracusa. Per trentasei minuti Contenta Tu si trasforma negli occhi di Castello sulla sua città, i suoi luoghi, i suoi abitanti come i tamarri di Torpi o il boom edilizio di Villaggio Miano.
E, prendendo in prestito un suo verso, non ho bisogno di qualche secondo per pensare che sia davvero uno bravo. Ma di quelli bravi sul serio, che ascoltano e fanno proprio un suono, illuminandone i crepitii, senza imitarlo ma lasciandosi influenzare, quelli che studiano, dopo aver studiato – Castello è laureato in tromba jazz alla Civica di Milano – perché non c’è niente di più punk di una disciplina sovvertita dall’interno, non c’è niente di più leggero e pop dei canoni riletti e plasmati sulla propria storia sonora.
Sta a noi adesso cercare un dibattito più complesso e un’analisi di alto livello, sapendo che arrivano artisti giovani in grado di elevare il dibattito e che ci degnano di un rispetto tale da richiedere attenzione e concentrazione. Marco Castello ne fa decisamente parte, soprattutto ora che ha deciso di voler restare il miglior segreto di Siracusa.
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