Recensioni

Notturno americano, ovvero il reading musicale che Emidio Clementi (Massimo Volume), Emanuele Reverberi e Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) hanno portato – e tutt’ora portano – in giro per la penisola, col fine di celebrare lo scrittore Emanuel Carnevali. Carnevali che, oltre ad essere un narratore, era anche un emigrante nella New York del 1914: una vita disperata, la sua, diventata poi il fulcro di una poetica spietata e profondissima; lo stesso Carnevali che Clementi indica da sempre come una grande ispirazione per la sua carriera di scrittore e di musicista, tanto da dedicargli – indirettamente – il suo romanzo, L’ultimo Dio.
La versione registrata dello spettacolo è un mirabile esempio di collusione costruttiva tra suono, parole e arte visuale, dal momento che in sé riassume, oltre al contributo dei tre musicisti di cui si diceva, anche le splendide immagini (nella confezione del CD e del vinile, le trovate qui) di Gianluca Costantini. Quest’ultimo – artista/fumettista ravennate già al lavoro con Clementi per il libro Cattive Abitudini – chiamato a dare un volto ai brani tratti dalle parole di Carnevali (e di Clementi) con un accavallarsi di gialli e di rossi sovrascritti a vecchie stampe fotografiche della metropoli americana e dei personaggi che la abitavano. Quasi a ribadire il tono evocativo e sospeso del disco, ma anche la sua grande drammaticità.
Chi vi parla ha assistito a numerosi reading di Clementi e conosce bene la capacità del frontman dei Massimo Volume di raccontare e di far vivere all’ascoltatore le storie che racconta. Eppure alla fine degli oltre undici minuti di Carnevali A Milwaukee c’è da rimanere senza parole, consegnati a una catarsi quasi cinematografica difficilmente eguagliabile. Tutto il disco lavora in questa direzione, con un impianto musicale che racconta un blues (esistenziale, quello di Carnevali) pur non mostrando nulla (o quasi) dello schematismo classico del genere in questione. Come se l’immaginario disperato e affamato del Delta del Mississippi fosse stato sostituito dal cinismo imponente e impenetrabile dei grattacieli newyorkesi, e un italiano, ugualmente emarginato, avesse raccolto il testimone degli afroamericani nell’annuario dei perdenti. Un blues che si aggrappa alle strutture circolari delle tracce, come alle parole recitate da Clementi, colorato di neorealismo, post-rock, droning (America).
Alle volte serve una tromba in stile primi La Crus per cesellare il tutto (Chanson De Blackboulè), talvolta basta un pizzicato di archi (I camerieri) o una chitarra tremolante, in certi frangenti tornano in mente dei For Carnation misti agli ultimi Tinariwen (New York): il resto lo fa la magrezza sconvolgente delle parole, l’ottima interpretazione di un Clementi decisamente coinvolto e un racconto di grande umanità e sensibilità che potrebbe essere quello di ognuno di noi. Un disco da avere e da rubare al tempo.
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