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È indiscutibile che in auto funzioni, a patto di guidare in salita (stradine di montagna, un tornante dopo l’altro) e di essersi messi al volante non certo dopo aver fatto il bis di menest’ammaretata innaffiata di Gragnano; utile, alla bisogna, anche la presenza sul sedile anteriore di una suocera logorroica un po’ dura d’orecchio. Dice: “Ma che ti ha fatto Norah Jones?”. La risposta è: purtroppo, niente. Non le invidio i 18 milioni di copie vendute dell’album di esordio Come Away With Me più di quanto possa eventualmente invidiare il sagrestano bolzanino che ha sbancato il Superenalotto o l’ennesima, lunatica mezzapunta sudamericana che ha firmato un contratto con Massimo Moratti. Non le rimprovero l’accuratissima gestione mediatica della discendenza diretta dall’uomo-sitar Ravi Shankar, che spiega peraltro molte cose, anche dal punto di vista musicale (alzi la mano chi ha mai ricevuto una scossa da un disco di musica indiana). Non essendo un clone del Fantasma del palcoscenico, le lascio tutti, ma proprio tutti i suoi Emmy e Grammy, li mettesse in fila e ci giocasse magari a bowling. Niente mi ha fatto, la Norah. Neppure un briciolino di emozione mi ha fatto provare, neanche quando maneggia (ma si sente lontano un miglio la paura che le si rivoltino contro, magari mordendole la lingua) creature non proprio anemiche come Be Here To Love Me di Townes Van Zandt o The Long Way Home di Tom Waits. Se escludiamo buona parte degli interventi di chitarra, su tutti l’assolo manolenta di What Am I To You? – nel quale oltretutto la band di Miss Jones è irrobustita da due ennesimi della Band, proprio quella con la b maiuscola, il batterista Levon Helm e il tastierista Garth Hudson -, per tirar su la testa che ciondola sul petto, manco fossi seduto nella platea dell’Ariston, bisogna aspettare Creepin’ In, un branetto country scritto da Mister Jones, alias Lee Alexander, il fidanzato bassista. Con la grazia di un elefante in cristalleria, vi fa irruzione la Quinta di Dolly Parton; non sarà l’omonima sinfonia di Beethoven, ma almeno sotto quell’immane reggipetto c’è un cuore che pompa sangue caldo, c’è – vivaddio – un po’ di passione. Se proprio Nashville dev’essere, lasciamola a chi – nel bene e nel male – ne ha fatto una ragione di vita. Quanto al jazz, Norah timbra il cartellino rivestendo di parole – ma ce n’era proprio bisogno? – la Melancholia di Duke Ellington, diventata qui Don’t You Miss At All; se non riuscite a procurarvi il New York Concert del Duca alla Columbia University del maggio ’64, vi potrà bastare e avanzare una cover a caso, per esempio quella di Wynton Marsalis. Il resto – lanciato un salvagente a Humble Me, scritta da uno dei trecentonovantadue chitarristi, Kevin Breit – è un soffio, un sospiro, una nuvola di musica rivestita con algida eleganza dal vecchio marpione Arif Mardin (mamma li turchi), arrivato al secondo tagliando. Bella senz’anima, come cantava l’omino di Saigon. E alla fine resta solo la voglia di andarsi a riascoltare Carole King. Vado.

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