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7.5

Forse siamo al punto di non ritorno, meglio di così non si può fare. Anche a fronte di quello spirito di continuo recupero di ogni cosa – per cambiarne e contaminarne un parte o poco più – che è stata la cifra degli anni zero e di quest'appendice duemiladieci chissà quanto lunga ancora. Al ripristino di un certo cantautorato italico pre-settanta, rivisto con sensibilità neo-romantica e ascolti posteriori, i Non Voglio Che Clara hanno dato uno dei maggiori contributi. Qualitativi più che quantitativi, con soli due dischi dal 2004 ad oggi, di cui almeno uno (l'esordio Hotel Tivoli del 2004) fondamentale per capire quello sguardo all'indietro dato da una parte sostanziosa del songwriting indipendente sulla produzione dei vari Tenco, Bindi, Paoli, Modugno e Ciampi pure.

I nomi, ognuno con le proprie peculiarità e le proprie distanze da quella stagione, li conoscete: Grazian, Baustelle, Benvegnù, lo stesso Morgan prima che venisse divorato, e via dicendo. Ma è naturale che siano i bellunesi capitanati da Fabio De Min a firmare il disco definitivo a riguardo. Dei cani ripete esattamente quanto fatto negli anni dai nomi citati e dagli stessi Clara. Ma con più lucidità, molteplicità d'influenze, eppure omogeneità del risultato. La produzione di Giulio Ragno Favero che compie l'operazione opposta a quella messa a punto per l'ultima magnifica uscita dei Valentina Dorme – là pulizia, spigoli, durezza; qui immersione in una soluzione orchestrale che non compete solamente agli archi ma coinvolge chitarre, organi, fiati, addirittura la voce. E poi la scrittura di De Min, il diario di uno o più amori finiti insieme ad una stagione inevitabilmente di passaggio (Gli anni dell'università), dove la prima persona non è una questione meramente grammaticale ma diventa il taglio emotivo di un racconto che mescola nostalgia, rabbia, malinconia, (livide) speranze.

Si parte con La mareggiata del '66, titolo alla De Gregori, indole spectoriana calibrata il giusto rispetto ai Baustelle su major, liriche da brivido che vorresti sentirle cantate da quella Patty Pravo d'allora. Poi Il tuo carattere e il mio, che con le sue schegge d'elettronica e le vertebre di post-rock crepuscolare a tenere alto il brivido pensi sia la traccia con i Port Royal ospiti e invece no, è la successiva, Le guerre, primo dei due episodi chiaramente imparentate al beat (l'altro è Secoli, che mischia pure Brian Wilson e Flaming Lips). Più in là, poi, è la già citata Gli anni dell'università a stanare l'ascoltatore: il testo nella seconda parte è puro Paolo Conte ipermalinconico ma in ectoplasmi vocali alla Morricone e chitarre baluginanti come insegne che si spegneranno a breve. Tutti momenti di pari e inaudita intensità mentre il resto tiene la tensione al giusto grado e piazza i Non Voglio Che Clara nelle posizione alte di un'ipotetica classifica del neo cantautorato italiano. Nettamente staccati dagli ultimi Baustelle – dai quali non hanno fortunatamente preso lo spleen d'apocalisse citazionista – ma ad inseguire la progettualità intellettuale de I moralisti degli Amor Fou. Nati e cresciuti già oltre quel bianco e nero fin troppo vintagistico sul quale i Non Voglio Che Clara completano ora il loro sorpasso.

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