Recensioni

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Passa un cane. Poi una donna. E un pugile grottesco per niente invincibile che canticchia una canzone di Celentano. Nel frattempo, all’angolo della strada, ci sono un paio di busker che ridacchiano e mettono tutto in musica, un gruppo inteso come una banda di amici ironica e scanzonata che si preoccupa solo di rincorrere melodie e personaggi. I Nobraino sono una suggestione di questo tipo, un’esperienza maturata en plein air in una pittura schietta e ispirata che lascia spazio alla fantasia come se fosse una bozza, che vuole un ritornello per dare enfasi come per cantare. In uscita a due anni di distanza da L’ultimo dei Nobraino, il nuovo album si intitola 3460608524, come il numero al quale i fan potranno telefonare per scambiare due chiacchiere con il gruppo. Oppure, volendo, per dirgliene quattro. Una trovata insolita ed espansiva in linea con tempi che stringono le interazioni tra pubblico e artista e con l’istrionismo di una band in bilico tra la strada e il palco di una festa di paese. O di un club.

A caratterizzare questo manipolo di canzoni è lo spiccato storytelling della (riconoscibile) scrittura del frontman Lorenzo Kruger che scandisce come a teatro strofe e incisi in parabole di outsider e sconclusionati. E la sua voce arriva in alcune parti del disco ad alzare il tono come mai aveva fatto prima. Sembrano avere una struttura circolare, questi racconti, una dimensione che gira cercando l’acme narrativo, lo snodo romanzesco di uno stornello. Tuttavia in questi piccoli ritratti di quotidianità ed evasione, di personaggi ora introversi ora bislacchi, di partenze sognate e di storie da Bar Sport, lo scioglimento non arriva sempre puntuale né avvincente e i pezzi sembrano a volte ingabbiati da una spiacevole ridondanza. Tra queste novelle di chitarre pizzicate e ritornelli in levare si trovano l’incidente come metafora dell’incontro amoroso di Constatazione amichevole, l’egocentrismo del macho (che già appariva in altri album) della traccia di apertura La statua e la picaresca formazione e fuga di Cambiata. D’altronde, di paura e insicurezza ce n’è a iosa. Prova dell’ispirazione macchiaiola della scrittura è il caotico autoritratto di Soqquadro, poi incalza il vitalismo di Vertigine, la caritatevole Centesimo, il caleidoscopio estivo di Estate Illusoria, la preghiera e il knock-out esistenziale di Peraltro, l’altrove anelato della finale Tempio di Iside. Attraversa il disco un’ansia di vivere e di alzarsi bene tutte le mattine. E poi, a tratti, fa capolino la necessità di una Fuga all’inglese (don’t forget Gli Scontati).

3460608524 è un po’ la Genova dei cantautori, i Bandabardò senza Bella Ciao, Vinicio Capossela non enciclopedico. La sua dimensione è una forma definita di basso e batteria, di trombe in sordina e di chitarre funk smollate in riff sparati a tutta dritta. È combat-folk in bilico tra balera e centri sociali, è mid tempo fatti apposta per i live, e le sue canzoni stanno all’album come il disco stesso sta alla discografia dei Nobraino: per i fan sarà conferma, per gli altri non cambierà nulla.

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