Recensioni

Lo spazio che si è ritagliato Noah Baumbach potrebbe essere adoperato come dato simbolico dei tempi transitori e sfuggenti che stiamo vivendo. Ormai da The Meyerowitz Stories , il regista statunitense si è piazzato in una nicchia privatissima che lo vede come il nome di prestigio del cinema d’autore d’oltreoceano spendibile a livello festivaliero, ma con un titolo da streaming. Sono infatti quattro volte di seguito che il nostro partecipa a una kermesse – tre se prendiamo in considerazione solo quella veneziana – con un film Netflix dalle velleità cinematografiche.

Jay Kelly, la sua ultima fatica, suggerisce però, se possibile, un livello di lettura in più, dato che al centro dell’intreccio della pellicola troviamo una riflessione tutta metacinematografica sul rapporto tra vita reale e vita fiction di un attore hollywoodiano di successo. La scelta di George Clooney come protagonista non è un caso, elevato per l’occasione all’erede di un certo star sistem al tramonto che vedeva come riferimento l’interprete classico alla Cary Grant o alla Gary Cooper.

Jay la celebrità

La trama è fondamentalmente un rifacimento postmoderno di altre narrazioni – tra gli esempi più alti possiamo trovare titoli come Il posto delle fragole – in cui un uomo di successo intraprende un viaggio transdimensionale in cui tempi e luoghi si mescolano e si sovrappongono. Da una parte c’è il cammino del qui ed ora e dall’altra quello del sogno e dell’altrove. Il cammino rimane quello della catabasi junghiana / felliniana: fare un sunto della propria vita attraverso lo specchio del cinema.

Jay Kelly è in quella fase della carriera in cui il successo non fa più compagnia, anzi, non è più neanche in grado di nascondere sotto il suo tappeto di elogi tutte le rinunce che ha accettato per essere raggiunto. Rinunce più che altro di matrice familiare, come nel rapporto con le figlie, e mancanze nei riguardi di chi gli è stato sempre accanto, come il suo manager Ron (Adam Sandler).

È quella fase della carriera in cui si viene chiamati in un paesino dell’Italia per ricevere un premio commemorativo e si è nella posizione – poco prima inconcepibile – di attribuire a ciò un’importanza capillare per cercare di “farsi tornare i conti”. Ovvero cercare di capire se ne è valsa la pena di fare ciò che si è fatto e, in caso contrario, cercare di porvi rimedio. Due imprese che ci appaiono impossibili sin da subito e che lasciano lo spazio ad un viaggio pieno di rimorsi.

Jay il traditore

Jay Kelly è infatti anche un film che parla di uomini fragili, che cercano di trovare il bandolo della matassa vivendo esistenze di altri o, almeno, cercando di ancorarsi ad esse. Un escamotage utile nella misura in cui l’illusione su cui si regge non è completamente fine a se stesso – dal momento che ha la forza di ispirare e intrattenere milioni di persone e contiene il fuoco della creatività -, ma comunque slegato da un’autentica soddisfazione.

Questo è l’obiettivo che i personaggi rincorrono: cercare un’immagine reale di se stessi e dei rapporti con gli altri, cristallizzata e affidabile. Un’immagine che non può essere identificata nell’essere solo un amico, un attore, un padre, un manager, un amante, un figlio o una celebrità, ma deve racchiuderle tutte. Impresa impossibile dunque? Non del tutto, perché il cinema può dare una mano.

Il quarto film per Netflix diretto e co-scritto (c’è anche Emily Mortimer) da un cineasta di personalità come Noah Baumbach risulta molto più circoscritto ai canoni creativi e formali degli originali della piattaforma. Jay Kelly è un film innocuo, semplificato e che si preoccupa solamente di non essere contraddittorio, cercando di filare liscio e magari strappare un sorriso tra il nostalgico e l’indulgente. E con una versione dell’Europa e dell’Italia da cartolina tra il kitsch e la fantascienza vera e propria.

Jay l’amico

George Clooney va con il pilota automatico, perfettamente a suo agio in una prova che dovrebbe – solo “dovrebbe” – mettere in crisi un personaggio confezionato per essere una sorta di sua pseudo fotografia distorta, finendo però purtroppo con l’oscurare un Adam Sandler che quando è diretto da Baumbach riesce sempre a tirare fuori qualcosa in più.

La riflessione finale è da fare proprio sul cineasta newyorkese, che sembra ormai essersi arreso ad annegare tra le onde di quello che si candida ad essere il nuovo format di parametri dell’intrattenimento hollywoodiano, anestetizzato e privo di mordente. O è così oppure il nostro ha esaurito la sua creatività e ora si limita a tranquillizzare il pubblico.

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