Recensioni

Le canadesi No Joy (Jasamine White-Gluz e Laura Lloyd) è da un po’ che cercano di allargare i propri confini sonori per trovare strade più determinanti ed efficaci. In quest’ottica va inquadrata la collaborazione con mr. Sonic Boom, Peter Kember, che ha fruttato il modesto No Joy / Sonic Boon EP del 2018, nonché quest’ultimo lavoro in studio, Motherhood, definito nella cartella stampa come «un’espansione stilisticamente onnivora».
L’album apre coraggiosamente e di molto la visuale shoegaze del duo, tuttavia ne disperde confusamente gran parte della carica in un affastellamento di infinite ramificazioni. È un disco a cui non mancano certo i buoni momenti, come il notevole trip hop di Birthmark, il synth pop di Ageless e Nothing Will Hurt (quest’ultima al netto degli eccessivi ammiccamenti pop), così come le teorie ritmiche à la Cornershop di Four (un ottimo brano, non fosse per l’ingiustificata coda metal); Primal Curse inoltre lascia intuire un’apprezzabile capacità sincretica, riuscendo a spiccare come qualcosa di personale e distintivo. Il resto gira perlopiù a vuoto tra traiettorie eteree lasciate cadere nel nulla e affascinanti melodie disinnescate da pomposi reflussi glam. Soprattutto le commistioni con il nu metal, tanto semplicistiche quanto kitsch, risultano fuori luogo, come accade in Dream Rats, immersa in un immaginario fantasy e disturbata da sottolineature grottesche. Difetti che fanno suonare l’album come una somma di diversivi, ed è un peccato considerando le più che dignitose capacità armoniche della band.
In finale un lavoro che mostra più potenzialità che risultati e un suono ancora da mettere a punto. Stando così le cose, la faccenda risulta per il momento trascurabile.
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